Cosa sappiamo in più dopo l’apertura della tomba?

Nonostante la squadra dell’Università di Atene si sia limitata solo al restauro, riportiamo alcune conclusioni tratte dalle prime osservazioni del professore e archeologo padre Eugenio Alliata, invitato all’apertura della tomba.

 

Quest’anno entrerà nella storia. La tomba di Gesù nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme è stata aperta, o meglio riaperta. È la seconda volta dal 1555, la prima dal 1809. E, come le due volte precedenti, è stato in occasione dei lavori di restauro dell’edicola.

Mentre il mondo attende soltanto le prove a conferma dell’autenticità del sepolcro di Gesù, è proprio l’uomo che sarebbe in grado di dare risposte a ricordare la dura verità: «L’accordo firmato tra le tre comunità – greci ortodossi, francescani e armeni – stabilisce di procedere al restauro dell’edificio attuale e non concede di condurre uno studio archeologico sulla tomba». Parla Eugenio Alliata, francescano della Custodia di Terra Santa, ma non solo. Archeologo e professore allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme è un esperto autorevole della basilica del Santo Sepolcro. A questo titolo, faceva parte della lista ristretta di invitati che il 26 ottobre sera hanno assistito all’apertura. Così, ha potuto osservare e descrivere ciò che ha visto.

 

Cosa sappiamo in più sulla tomba, adesso?

«L’apertura ha permesso di verificare e capire lo stato della tomba, mentre il monaco Maximos Simaios, l’ultimo ad averla vista nel 1809, ne dava soltanto una descrizione sommaria», spiega. «Penso che la novità principale sia l’osservazione diretta, che ha confermato e arricchito la descrizione – continua Padre Alliata. – Tanto più che gli strumenti di misurazione non permettevano di farsi un’idea perfetta. Tutto deve essere verificato attraverso un’osservazione diretta!».

Una volta spostata la lastra di marmo e rimosso i detriti sottostanti, ci si è trovati di fronte ad… una seconda lastra di marmo sottostante. «Spezzata per tutta la sua lunghezza, è ancora riconoscibile una croce scolpita. Si tratta di un tipo di marmo diverso, probabilmente questa lastra risale all’epoca crociata. Quanto alla croce, sebbene non sia intera, si tratta probabilmente di una croce di Lorena», prosegue colui che ricorda che Goffredo di Buglione, primo sovrano crociato di Gerusalemme, era originario della Lorena. Sotto questa seconda lastra grigia, che non è stata sollevata, un terzo livello: la roccia originale. «Secondo gli strumenti il marmo e la roccia potevano trovarsi circa ad un metro di distanza», spiega ancora Padre Alliata. Infatti, anche la professoressa Moropoulou è sorpresa: non si aspettava la roccia così vicina al marmo. Tuttavia, come ricorda l’archeologo: «Secondo le descrizioni precedenti la sua presenza era comunque chiara ed evidente».

Infatti, come si può leggere in Relazioni sul restauro dell’Edicola del Santo Sepolcro di Maximos Simaios: «L’architetto con animo fiducioso e da me richiesto, aprì una parte del santissimo Sepolcro […] e fu trovato elevato fino alla stessa lapide di marmo, avendo come copertura due marmi sul lato meridionale e […] tutto il lato settentrionale del divinissimo Antro è costituito di roccia naturale». Ma già nel 1555 Bonifacio Da Ragusa ricordava il momento in cui: «Si dovette necessariamente levare una delle tavole alabastrine (marmo) che coprivano il Sepolcro» e «Fu offerta apertamente ai nostri occhi la vista del santissimo sepolcro del Signore» (Liber de perenni cultu T.S., 279-80, 25 agosto 1555). Ma Arculfo, Vescovo gallese partito in pellegrinaggio in Terra Santa nel VII secolo, già mille anni prima ne aveva parlato. È Adamnano di Iona, Vescovo irlandese, che ne riferisce le considerazioni nel suo De Iocis Sanctis (1:2) del 670. Descrive proprio una «stanzetta tagliata nella roccia» dove «il pavimento della stessa stanzetta è più basso del sepolcro vero e proprio».

Secondo Padre Eugenio, ci si poteva allora aspettare di trovare il letto funerario basandoci sulle testimonianze antiche. La sorpresa è stata però quella di «averlo trovato subito, così in alto. Ci sono circa 35 centimetri tra la cima roccia originaria e il pavimento moderno, sarebbe interessante capire a che profondità si trova il suolo originale. Questo ci permetterebbe di capire meglio la struttura della camera-stessa».

Padre Eugenio rimpiange che, in occasione dell’apertura, non si sia ricorsi agli archeologi e alla loro metodologia. «Nessun archeologo è intervenuto, né greco, né francescano, né israeliano. Nessuno», ricorda. Con lo spirito di povertà che lo caratterizza, ne prende atto e, tralasciando la sua delusione, ritorna alle sue osservazioni.

«Esistono diversi tipi di camere funerarie intagliate nella roccia – spiega Alliata – ma non siamo certi in questo caso di che tipo si tratti. Oggi possiamo escludere la possibilità che si tratti di una tomba a kokhim – letteralmente “forno’’ in ebraico – cioè una cavità scavata nella roccia dello spazio di un corpo, come un loculo contemporaneo». Secondo lui l’apertura della tomba conferma che: «Si tratta di un tipo di tomba a banco, sul quale era posato il corpo». La struttura ricorda quella di un arcosolio: una nicchia sormontata da un arco a sua volta scavato nella roccia. In questa nicchia, sul banco che si viene a formare, si posava il corpo. Nonostante l’arcosolio esistesse effettivamente a quell’epoca, Padre Alliata ipotizza che di possa invece trattare di un terzo tipo di tomba, ancora diverso. Secondo l’archeologo «per arrivare ad una conclusione più affidabile bisognerebbe conoscere molti più dettagli su quello che resta della roccia originale».

Senz’altro, tutto ciò che è stato portato alla luce e attentamente documentato sarà messo a disposizione degli archeologi. Ma l’osservazione diretta della roccia rimasta al nord del banco funerario e del lato del banco stesso sarebbe stata effettivamente istruttiva.

 

Quando gli archeologi potranno esprimersi attraverso la loro metodologia?

Tutto quello che per ora si sa è che i lavori di restauro dovranno concludersi a marzo 2017 al più tardi. Ciononostante, la professoressa Moropoulou ha già fatto presente ai vari capi delle Chiese che una nuova fase di lavori deve essere prevista, con l’obiettivo di stabilizzare tutto il lavoro fatto. Si tratta però anche di mettere fine alle infiltrazioni che provengono dal sottosuolo: tutta la pavimentazione attorno all’edicola, come anche all’interno, deve per questo esser sollevata.

Per il momento, però, ci si accontenta delle ipotesi. Una sola certezza: c’è un banco, quindi non si tratta di una tomba a kokhim.

Ma certi particolari non passano inosservati all’occhio esperto di Padre Alliata. L’archeologo considera questa grotta «troppo stretta» rispetto ad una classica tomba ad arcosolio. Pensa allora ad una struttura particolare «che non corrisponde né strettamente ad un tipo né all’altro».

 

Quali spiegazioni possibili?

Martin Biddle, autore del manuale di riferimento The Tomb of Christ (1999) (Il Mistero della Tomba di Cristo) aveva fatto una supposizione. Pensava che la camera fosse stata divisa in due parti da un muro costruito all’epoca di Costantino. In questo modo, la strettezza della stanza sarebbe stata dovuta alla presenza di questo muro tra un banco (quello di Gesù) e il resto della camera, nella quale si sarebbero dovuti trovare altri due banchi. «Secondo Biddle, la tomba era formata da tre banchi secondo la struttura classica, al di sopra dei quali si trovavano delle nicchie, dei kokhim», spiega l’archeologo dello Studium Biblicum Francescanum. «Normalmente, una volta intagliata la camera, i kokhim venivano via via scavati quando e se necessario». Ma anche se «i kokhim potevano non esser stati ancora scavati», questa ipotesi non è più credibile: l’altezza del muro-parete di roccia originale ancora presente di fronte al letto funerario di Gesù ne è la dimostrazione. Padre Alliata conferma che: «L’ipotesi di Biddle non è corretta. È possibile verificarlo grazie all’altezza della roccia originale, che costituisce il muro sud della camera funeraria» e che raggiunge l’altezza di circa due metri. Un’altra ipotesi è quella di una tomba che non è mai stata terminata, come i vangeli. Secondo la descrizione che ne viene fatta, era nuova ed utilizzata per la prima volta. Infatti, «[Giuseppe] lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto» (Luca 23, 53) e «Lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia» (Matteo 27, 60).

Questo spiegherebbe il perché della presenza di un solo banco posto al lato di una stanza molto stretta, stretta poiché incompiuta, non scavata completamente.

A Gerusalemme esiste una tomba con le stesse caratteristiche di strettezza. Si trova nella necropoli detta Tombe dei Profeti sul Monte degli Ulivi.

E se allora la tomba di Gesù avesse anch’essa fatto parte di una necropoli più vasta?

Un altro esempio, sempre a Gerusalemme, fornisce qualche elemento in più: le tombe dell’Aceldama nella valle di Geenna. In questa necropoli «le tombe ad arcosolio erano state costruite in corridoi molto stretti», spiega Padre Alliata.

Molte altre questioni fanno discutere gli esperti. Ancora così tante cose potrebbero venir scoperte! Il tipo di tomba e la struttura della camera non sono che una piccola parte.

 

Per esempio, si trattava di una sola stanza o ce n’erano due?

Padre Alliata spiega le diverse posizioni a riguardo: «L’idea più antica, e anche la più accreditata, è quella di Padre Vincent o.p. e di altri ricercatori. Secondo loro le stanze sarebbero state due: quella dove si piangeva il defunto e quella dove si preparava il corpo. Ma il vangelo dimostra il contrario, cioè che dall’esterno la tomba era visibile all’interno. È l’idea di Bagatti e di Biddle: questa camera non era chiusa».

Un’altra costatazione incuriosisce i ricercatori. Della stanza, restano in piedi solo le pareti situate a nord e a sud.

 

Chi ha letteralmente tagliato in due la camera funeraria?

Secondo alcuni i colpevoli sarebbero i Persiani. Ma Padre Alliata fa riferimento ai testi e spiega che «Arculfo nel 670 parlava del “soffitto di questa camera”.

Allora come potrebbe esser stato distrutto dai Persiani nel 614, se Arculfo lo vede ancora 50 anni dopo?». A meno di non voler mettere in discussione il lavoro di compilazione delle fonti di Adamnano, che afferma di citare Arculfo…

E quante domande, ancora, rimarranno senza risposta.

Questa storica apertura della tomba ha però fornito alcune conferme, in particolare la sorprendente scoperta della roccia viva, letto funerario di Gesù.

Padre Alliata attende allora pazientemente di poter leggere tutti i resoconti e i documenti che la professoressa Moropoulou metterà a disposizione dei ricercatori.

La novità è che oggi sono in contatto diretto, quindi forse una speranza c’è: magari un giorno, in occasione di una nuova fase dei lavori, questi due autorevoli esperti al servizio della scienza, potranno unire le proprie forze per determinare una migliore conoscenza di questa famosa tomba.

 

Arianna Poletti |  foto: © Marie-Armelle Beaulieu/CTS