Incontro dei Presidenti delle Conferenze OFM

Dal 17 al 20 maggio 2022, presso la Curia Generale di Roma, si svolge l’incontro del Definitorio Generale con i Presidenti delle Conferenze OFM.

La giornata è iniziata con l’Eucaristia presieduta da Fr. Alirio Urbina Rodríguez, Presidente della Conferenza Bolivariana, che, commentando le letture del giorno, ha invitato i confratelli ad avere speranza: “Cari fratelli, mentre celebriamo la memoria liturgica di san Pasquale Bailón, santo molto amato e apprezzato per la sua umiltà e per il suo amore per l’Eucaristia, questa Parola illumina il nostro incontro come Presidenti di Conferenze e ci dona una buona dose di speranza in mezzo a situazioni difficili, di dolore e di dura prova che si vivono in alcune parti del mondo dove sono presenti i nostri fratelli”.

Dopo la Santa Messa, il Ministro Generale, il Definitorio e i Presidenti si sono riuniti in Sala Duns Scotus per l’apertura dell’incontro con la presentazione dei partecipanti. Durante la presentazione, moderata da Fr. Cesare Vaiani, Definitore Generale, i Presidenti hanno condiviso la vita delle conferenze, toccando i temi della formazione iniziale, dell’evangelizzazione e della missione, della ristrutturazione dell’Ordine, della tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Nel pomeriggio, il Ministro Generale, come da programma, ha presentato il tema del Capitolo delle Stuoie e sinodalità: “Abbiamo un cammino davanti a noi. Non per dire tutti la stessa cosa nello stesso modo ma per imparare ad ascoltarci, per accoglierci nelle nostre difficoltà e ritrovare un codice comune e presenziale della nostra vocazione oggi.  Il cammino sinodale significa camminare insieme, mettersi in ascolto dal punto di vista dell’altro, nell’Ordine e a livello universale per imparare gli uni dagli altri. Vogliamo infatti ascoltare tutte le voci. Vogliamo farlo non solo tra noi frati, ma come uomini e donne di buona volontà, come consacrati e consacrate francescani, anche con persone che sono rimaste ai margini della vita della Chiesa, ai margini della nostra famiglia, di altri credo e fede”.

Partecipano a questo incontro i seguenti Presidenti:

Fr. Thomas NAIRN per la conferenza ANGLOFONA – ESC, Fr. Lino Gregorio REDOBLADO per la Conferenza EAC, Fr. Fritz WENIGWIESER per COTAF, Fr. Paolo QUARANTA per la COMPI, Fr. Teofil CZARNIAK per la Conferenza NORD-SLAVICA, Fr. Marko MRŠE per la Conferenza SUD-SLAVICA, Fr. Francesco PATTON per la CUSTODIA DI TERRA SANTA, Fr. Daniel FLEITAS per la Conferenza BRASILIANA e CONO SUR, Fr. Joaquín ZURERA RIBÓ per la CONFRES, Fr. Flavio CHÁVEZ GARCÍA per la Conferenza MÉXICO, CENTRO AMÉRICA Y CARIBE,  Fr. Alirio URBINA RODRÍGUEZ per la Conferenza BOLIVARIANA e, da remoto, Fr Siphelele GWANISHENI per la Conferenza Africana.

 

Riportiamo il discorso di Fr. Massimo Fusarelli, Ministro Generale:

Incontro dei Presidenti delle Conferenze OFM 2022

CAPITOLO DELLE STUOIE E STILE SINODALE NELLA CHIESA

 

Un punto di vista nuovo

Quel che vedi, dipende dal tuo punto di vista, ma per riuscire a vedere il tuo punto di vista devi cambiare punto di vista[1].

Inizio con questa citazione per esprimere la povertà radicale che la comunità credente e in essa anche noi frati minori dovremmo avere: esporci e ascoltare il punto di vista dell’altro come qualcosa di degno, che ci dice qualcosa di noi e ci aiuta a non cadere nel grande peccato, quello della presunzione (cf. Sal 19,14: Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato).

Stare in sinodo significa essenzialmente ascoltare l’altro ponendosi dalla sua parte, dal suo punto di vista. Qui c’è al centro la crescita nella capacità di ascolto e di accoglienza dell’altro.

L’ascolto dell’altro non si limita allo spazio ecclesiale. In Gaudium et Spes (= GS) 44 fin dal titolo troviamo una chiave di lettura molto importante: “l’aiuto che la Chiesa riceve dal mondo contemporaneo”. La Chiesa ha accettato di guardare al mondo e di lasciarsi guardare dal mondo con occhi nuovi. C’è qui un invito al dialogo, a un vivere con, a un agire insieme: il mondo è un dato di fatto, non il problema da risolvere. Sempre in questo numero la GS afferma che la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall’evoluzione del genere umano. La Chiesa per prima cosa prende atto di una pluralità anche su questioni molto delicate. La diversità è accettata non solo come una realtà, ma come un processo, nel quale anche noi siamo inseriti: i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell’uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa. Non è più il tempo della contrapposizione netta con la cultura mondana, bensì dell’attenzione per ciò che vive intorno a noi e nel quale anche noi siamo immersi. Non è solo il mondo ad avere bisogno della Chiesa, ma siamo anche noi credenti ad avere bisogno del mondo per capire il Vangelo che abbiamo ricevuto. Se non accettiamo questa realtà cadiamo nella “mondanità spirituale” (cf. EG 93- 97).

La conversione dello sguardo che Giovanni XXIII aveva chiesto alla Chiesa all’inizio del Concilio qui trova una tappa importante. Guardando all’esterno di sé, la Chiesa riconosce il suo debito nei confronti del mondo perché è anche grazie a lui che “imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli” (GS 44). Abbiamo bisogno di ascoltare le domande profonde che ci sono in noi e nelle nostre diverse culture, così da poter contattare in modo dinamico il messaggio di Cristo. Questo rimane sempre lo stesso, ma viene accolto, ascoltato ed espresso sempre in culture, lingue, sensibilità nuove.

Nella pluralità che viviamo oggi in tutte le culture e nella stessa famiglia del nostro Ordine, questo sguardo è liberante e fecondo. Si tratta, infatti, di porci in ascolto, di non avere timore della diversità di culture e punti di vista, di fare la scelta sempre più chiara a partire dal cuore del Vangelo. Infatti, GS 44 dice anche che “la Chiesa viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il proprio modo il messaggio di Cristo”. Ogni popolo è considerato soggetto legittimo del messaggio di Cristo. Non solo può, ma deve esprimerlo. Qui la Chiesa è posta davanti alle diverse culture dei popoli e sicuramente questa articolazione è molto esigente, ma anche molto importante.

In questo spirito, il Vaticano II ha restituito a tutto il popolo di Dio la sua piena soggettività battesimale:

dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta (GS 44).

Lo sguardo che il Concilio rivolge al mondo è positivo, perché scaturisce dal senso di fede nel principio storico salvifico: Dio ha già compiuto quello che doveva fare, per questo viviamo nel mondo come il luogo in cui è possibile sperimentare già oggi ciò che Dio ha compiuto. Il tempo ci è dato per imparare a gustare la vita con Dio, già piena nella Pasqua di Cristo. Ecco perché non possiamo non ascoltare, accogliere, entrare in relazione con la realtà in cui siamo immersi.

Ecco nel Vaticano II la radice di quanto oggi Papa Francesco ha chiesto alla Chiesa con cammino sinodale. Non si tratta, infatti, di un’operazione di marketing per restaurare la facciata un po’ danneggiata della Chiesa e neanche di una trovata per dare un po’ di parola ai laici e a qualche altro soggetto ecclesiale. Si tratta piuttosto della conseguenza teologica, ecclesiologica di quanto il Vaticano II ha dichiarato. È la via per imparare a stare nel mondo da cristiani, a diventare popolo di Dio capace di ascolto e di relazione, con le culture degli uomini del nostro tempo perché la novità del Vangelo possa esprimersi e illuminare l’umano.

La sinodalità è in tal modo il criterio che abbraccia tutta la Chiesa, della quale è una dimensione costitutiva e perciò chiede il coinvolgimento e la partecipazione di tutto il popolo di Dio.

E noi dove siamo come famiglia?

 Abbiamo bisogno di ascoltare il carisma nei linguaggi diversi dei popoli e delle culture in cui abitiamo e che nell’ultimo secolo si sono molto estesi. Non vogliamo e non possiamo “esportare” il carisma come un prodotto già fatto, ma imparare a riceverlo e ad esprimerlo oggi, nei diversi linguaggi, culture e sensibilità in cui siamo presenti. Personalmente avverto con forza questa urgenza soprattutto pensando all’Asia e all’Africa, i continenti in cui siamo in crescita, ma anche laddove manteniamo le posizioni, penso alle Americhe del Sud e Centrale dove però siamo sempre più confrontati con le culture locali. Penso anche all’occidente e al Nord del mondo, dove nuovi linguaggi e nuove culture, pensiamo solo a quelle giovanili, ci chiedono ascolto e attenzione.

Del resto, tutto questo lo intendo anche tra noi. Non è scontato che riusciamo a esprimere il carisma comprendendoci bene tra noi. Alcuni nodi dinamici del nostro carisma – Vangelo e comunione, essere fratelli, obbedienza e vivere senza nulla di proprio, evangelizzazione e testimonianza – non sono intesi da tutti noi in modo univoco. Abbiamo un cammino davanti non per uniformare i linguaggi, ma per imparare ad ascoltarci, ad accoglierci nelle nostre difficoltà e a trovare e ritrovare un codice comune per esprimere l’essenziale della nostra vocazione oggi. È un compito non facile, ma ricco della presenza e dell’operazione dello Spirito del Signore.

Fare sinodo significa camminare insieme e metterci in ascolto del punto di vista dell’altro: nell’Ordine a livello universale per imparare gli uni dagli altri.

Ecco, quindi, il perché di un Capitolo delle Stuoie di tutto l’Ordine, preparato da un cammino sinodale nelle Entità e nelle fraternità: vogliamo ascoltare tutte le voci, vogliamo farlo con donne e uomini di buona volontà, con religiose francescane, con persone anche che sono ai margini del vissuto ecclesiale o ne sono esterni, con persone di altri credi e fedi.

Vogliamo guardarci, infatti, non sempre a partire da noi, in modo autoreferenziale, ma assumendo lo sguardo che gli altri hanno su di noi per ampliarlo, arricchirlo e riconoscere in questo anche l’appello dello Spirito. La parola di Dio, infatti, ci è rivolta sempre attraverso parole di uomini, come nella Scrittura e attraverso le circostanze, gli eventi, i segni dei tempi nei quali siamo immersi.

È un compito grande, sicuramente ci spaventa perché non siamo abituati a questo metodo. Per questo credo che siamo chiamati a farlo con fiducia nello Spirito e anche nei tanti doni che vivono nei fratelli e in tanti altri soggetti. In altro modo ho chiesto il medesimo cammino alle Sorelle Clarisse per la revisione delle loro Costituzioni alla luce dei recenti documenti della Chiesa sulla vita contemplativa. Ho chiesto loro come esprimere il carisma oggi, in ascolto del carisma di Chiara e di tante sorelle nei secoli, in dialogo con tante voci da culture ed esperienze dello stesso carisma.

Imparare ad ascoltare

L’ascolto attento, simpatico, coltivato come una vera e propria disciplina dello spirito è il primo punto per questo cammino sinodale. Vogliamo raccogliere più voci possibile dai frati, dai laici, dalle consacrate e consacrati della nostra famiglia. Vogliamo dare voce innanzitutto a tutti i frati dell’Ordine, nella loro unità e diversità, nelle nuove lingue che la Fraternità parla nel mondo grazie a fratelli che vivono in paesi e culture nuove per noi. Dare voce ai laici e ai chierici, alle diverse età e condizioni, con fiducia e apertura di mente e di cuore.

Ascolto delle voci dei mondi, delle culture ed espressioni tra le quali viviamo nel mondo. Anche qui abbiamo bisogno di maturare ancor più un atteggiamento positivo, certamente non ingenuo e acritico, dinanzi alla realtà del mondo, imparando a distinguere evangelicamente la “mondanità”, che è presente anche tra noi. Qui troviamo anche il capitolo del rapporto con la cultura, dello studio di materie e discipline al di fuori del solo cerchio di quelle teologiche, del dialogo con chi è immerso nei linguaggi molteplici di oggi. Anche lo studio ha a che fare con un cammino sinodale di ascolto.

La chiave della testimonianza e dell’evangelizzazione

Credo che questa attitudine davanti al mondo e le sue culture, intessuta di ascolto verso di esso e tra noi, trovi una chiave importante nella testimonianza che evangelizza con la vita e con la parola, secondo il proprio del nostro carisma (cf. Rnb XVI, 1-7; CG 89-99).

La testimonianza silenziosa della vita, ossia la silenziosa proclamazione del Regno di Dio è la prima forma di evangelizzazione per tutti noi, tanto chierici che laici. È la nostra vita la prima evangelizzazione, non possiamo mai dimenticarlo (CG 89).

Vivere tra le genti soggetti a tutti e confessando di essere cristiani, consapevoli di essere debitori dei benefici di Dio (CG 92); nell’ascolto degli altri con sincera carità e rispetto (CG 93), promuovendo l’evangelizzazione delle culture per accogliere i valori genuinamente umani (CG 94); nel dialogo ecumenico (CG 95) e presenti ai gravi problemi sociali del nostro tempo (CG 96). È in tutto ciò che i frati ascoltano la voce dello Spirito presente ovunque, offrendo il lieto messaggio della riconciliazione, della conversione e della speranza di una nuova vita (CG 98).

Le nostre Costituzioni disegnano una fraternità chiamata alla conversione missionaria, per testimoniare e rendere presente tra le creature la bellezza dell’amore di Cristo attraverso la riconciliazione, la giustizia e la pace. Questa conversione missionaria, del resto, è proposta da Papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato nella Evangelii gaudium al numero 30.

È questa la prospettiva da cui guardare la capacità di ascolto e di ripensamento anche di ogni struttura della Chiesa e dell’Ordine, chiamate a diventare luoghi di evangelizzazione e testimonianza e non a essere un mezzo di auto preservazione.

Se il Capitolo generale ci ha chiesto una revisione delle strutture dell’Ordine, non è solo per lucidarle un po’, ma per ripensarci in prospettiva della nostra vocazione vissuta nella testimonianza.

Alcuni criteri fondamentali

 Il carisma resta il criterio fondamentale per il discernimento spirituale al quale siamo chiamati. Il cammino sinodale è per noi l’occasione per non stancarci di lavorare sul carisma in tutte le sue dimensioni. Il carisma non è un deposito astratto e intangibile e neppure la somma dei fatti e delle opere. Non si può fissarlo in maniera definitiva nei testi e nelle costituzioni. È un dinamismo più profondo, un impulso misterioso che interessa tutti coloro che ne sono segnati. È una fiammella sempre accesa, che vuole diventare una scintilla atomica, da non poter addomesticare. Esso è frutto dello Spirito e per questo non può essere fissato o conservato in un nido. Vive di trasformazioni e mutamenti continui, che ci rendono provvisori nelle forme, sempre più radicati nell’essenziale che è il Cristo, Vangelo vivente nello Spirito. La domanda fondamentale oggi per noi è se percepiamo il carisma in questo modo, come esso sia l’orizzonte di riferimento della nostra vita in missione e quanto sia realmente ed esistenzialmente condiviso. Ciò significa se avvertiamo che il nodo della nostra vita oggi, tra crisi e speranze, è quello teologale-carismatico: la vita secondo il Vangelo come fratelli e minori, contemplativi in missione. Come ha detto p. B. Cadorè, già maestro generale dei domenicani: «L’apprensione principale è il dileguarsi della fede, di cui viviamo la crisi. Non dobbiamo commettere l’errore di concentrarci sulla mancanza della vocazioni: se cambieremo la vita della Chiesa, allora avremo il numero di vocazioni di cui la Chiesa avrà bisogno» (cf. R. Benotti, Viaggio nella vita religiosa, Lev, p. 83). Si capisce allora che la preoccupazione non può essere quella dei numeri, ma quella della fede come amorosa tensione al Signore.

L’ascolto reciproco, che tocca tutti per camminare come Chiesa nel mondo e quindi come Ordine verso la conversione missionaria; è da qui che assumiamo lo stile della reciprocità che ci aiuta a camminare insieme. Nell’Ordine questo significa imparare ad ascoltare veramente tutte le voci come fraternità che riscopre la sua origine teologale nel dono che il Signore ha fatto a san Francesco e a tanti fratelli nel corso della nostra lunga storia, sino alle pagine più recenti.

In questo tipo di ascolto potremo anche accompagnare la riformulazione del carisma in contesti culturali diversi e lontani nei quali viviamo mi sembra particolarmente urgente.

Questo stile di ascolto si vuole aprire anche ad altre comunità di vita religiosa e ad altre esperienze di appartenenza e di missione nella Chiesa. Infatti, Non ha senso trattare il problema di una famiglia religiosa nella sua singolarità. E neppure solo nel contesto di una Chiesa locale o nella sola Chiesa latina. Essa ha la sua ragione all’interno dell’intero corpo di Cristo. Solo con questo sguardo olistico e organico è possibile evitare soluzioni superficiali e percorsi autocentrati.

Reciprocità è qui una nota molto importante, per avvicinarci all’esperienza di comunione missionaria che gli apostoli vissero insieme al Signore. La reciprocità tocca anche il nodo della nostra relazione con i laici e con le donne. Apparteniamo al santo popolo fedele di Dio per il battesimo, questo è il primo punto per noi tutti. Occorre crescere in questa consapevolezza e pratica di fede. Il richiamo qui è anche alla dimensione laicale della vita francescana e percepiamo come sofferenza la prevalenza non sempre giustificata della dimensione del ministero ordinato. Nel cammino sinodale che si apre per noi questa sarà una domanda centrale come ha chiesto il Capitolo generale. Spero che riusciamo a trovare le vie creative per riaprire e approfondire questo tema, vitale per il presente e il futuro della nostra identità di fratelli e minori.

L’altro criterio è partecipazione in relazione alla comunione: Per dare a quest’ultima un contenuto e una sostanza abbiamo bisogno di imparare a partecipare ai diversi livelli all’animazione e alle scelte della fraternità universale. Il cammino sinodale ci vuole aiutare a crescere in questa strada, soprattutto ripensando in modalità più agili le nostre strutture di organizzazione e di governo e animazione. Queste vanno rese, infatti, relative alla qualità evangelica della vita e alla missione, più che all’autoconservazione di un modello istituzionale che non si mette in discussione. Penso alla struttura attuale delle nostre Province e Custodie, pensate da secoli come soggetti autonomi e per lo più autosufficienti; alle strutture di comunione e di collaborazione come le Conferenze e le forme di inter provincialità che occorre ripensare, sin alla Curia generale perché sia al servizio di modelli dinamici che favoriscano la inter dipendenza delle nostre realtà locali, per dare una fisionomia di comunione e missionaria a tutta la Fraternità internazionale. Non penso certo a creare altre strutture di potere più centralizzate, quanto ad articolare in modi nuovi nell’Ordine unità e differenze, radicamento nel locale e apertura all’universale. Penso in particolare alla realtà di non poche Province storiche che stanno morendo o che già hanno raggiunto un punto di non ritorno a causa dei numeri e dell’età media. Come possiamo quale Fraternità internazionale non solo tappare dei buchi, per esempio assumendo conventi in queste Province, ma ripensare i modelli con i quali ci organizziamo e ripensare una rete delle presenze di stile evangelico più rilevante di una presenza massiccia nei territori. Sono sempre più convinto che dobbiamo aprire una riflessione e delle esperienze su questo piano, utile a tutti i frati dell’Ordine, anche a quelle Entità che ancora sono in crescita. Si tratta, infatti, di una mentalità nuova da promuovere e assumere.

In mezzo alle nostre difficoltà e alla nostre crisi vi sono i segnali del futuro che spesso ignoriamo e più spesso ancora non valorizziamo e di cui non percepiamo la potenza. Forse manca anche in noi la fiducia nella capacità di ricreazione di Dio e nella fecondità della confidente apertura a Lui. Convertici e saremo convertiti, diciamo al Signore in questo percorso sinodale che si matura per noi in quello più ampio.

 A mo’ di conclusione provvisoria: cove e come guardare?

Dove allora guardare per il nostro futuro? Tenendo conto della radice battesimale, ecclesiale, cristologica e trinitaria, lo sguardo va alle esigenze dell’annuncio oggi. Quali sono i segni che richiedono l’annuncio oggi? C. Theobald ha dato alcune indicazioni di massima indicando le faglie e le fratture che emergono dal vissuto dei nostri contemporanei.

  1. a) Il rapporto problematico dell’umanità con il suo avvenire. La consunzione della tradizione umanistica, la pluralità e dispersività delle culture, la frammentazione degli itinerari di vita ne sono alcune conseguenze. Nasce una nuova costellazione spirituale che chiede a gran voce, an- che a noi a in noi, di salvare l’umano comune.

 

  1. b) La minaccia che pesa sulla coesione sociale delle nostre società. Gli indicatori sono molti. Essi ci chiedono la capacità di accompagnare la ricerca di senso di molti feriti e provati dalla vita: dai rifugiati, ai senza lavoro, ai divorziati caduti in povertà, ai giovani a cui è promesso molto e concesso poco. Da queste fragilità può nascere l’attesa del Regno che viene. Le nostre città non producono più senso civile, ma anonimato e solitudine. È qui che siamo chiamati ad esercitare quella fraternità mistica e contemplativa di cui parla papa Francesco.

 

  1. c) Lo scarso coinvolgimento degli ultimi nelle decisioni che li concernono. Si può rispondere sia dando esempio di ricerca comune e discernimento collegiale come le nostre tradizioni religiose ci indicano, sia favorendo nella vita civile quelle attitudini capaci di affrontare e risolvere i conflitti, di costruire consensi, di favorire decisioni condivise. Nel percorso che ci attende diamo voce a tutti.

«Là dove ci sono emergenze e sofferenze, vittime e violenze, la vita religiosa dovrebbe essere presente, intraprendente, solidale, in sintonia e sinergia, ispirandosi al Vangelo, svelando la Chiesa ospitale e orientando la storia».

Il cammino solidale che intraprendiamo in quello più ampio della Chiesa può aiutarci a ripensare oggi la nostra vita in missione, lasciando maturare i tanti semi di novità sparsi nel nostro campo dal Vaticano II in poi e che oggi chiedono una nuova piantagione e cura in un cambiamento d’epoca tanto radicale. Ne va del futuro dell’annuncio del Vangelo, più che della nostra sopravvivenza, rispetto alla quale credo che possiamo essere liberi e fiduciosi in quanto lo Spirito del Signore sta realizzando nel tempo.

 

Fr. Massimo Fusarelli, ofm

Ministro generale

 

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[1] cf. M. Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si ese dalle cornici di cui siamo parte, Milano 2003, 17.