La speranza è il rifiuto radicale di porre limiti a ciò che Dio può fare per noi | Omelia per la Festa del nostro Santo padre San Francesco 2018

Il 4 ottobre 2018, per la celebrazione del Serafico Padre San Francesco d’Assisi presso la Curia Generalizia, come è tradizione, Fr. Gerard Francisco Timoner III, OP, il Socio per Asia-Pacifico dell’Ordine dei Predicatori, ha presieduto la solenne Eucaristia e ha offerto la sua riflessione sulla Parola di Dio.  Condividiamo il testo qui sotto.

 

Omelia per la Festa del nostro Santo padre San Francesco 2018

Fr. Gerard Francisco P. Timoner III, OP

 

Ci riuniamo attorno al tavolo dell’Eucaristia, la tavola del ringraziamento, per rendere grazie al Signore di aver donato alla Chiesa e al mondo il nostro Santo Padre San Francesco, le cui virtù santissime hanno contribuito ad edificare la Chiesa e ci ha ricordato che tutti nel il mondo siamo fratello e sorella l’uno dell’altra. 

Fra Bruno, Maestro dell’Ordine, voleva stare qui con voi per questa celebrazione, ma sfortunatamente, deve stare con un altro “Francesco”, il Papa, al Sinodo per i giovani. Nel nome di fra Bruno e a nome di miei fratelli Domenicani, desidero salutare voi, e tutti i membri della famiglia francescana, una festa piena di grazia! 

Nelle Filippine, da dove provengo, c’era una parrocchia di una piccola isola in mezzo ad un lago, che era stata fondata dai missionari francescani, ma affidata da molti anni alla diocesi. Ho imparato dai preti della località che il vecchio titolo di quella parrocchia era “San Francesco e San Domenico, amici”. Entrambe le feste dei nostri santi fondatori erano celebrate con una processione fluviale, cioè processione con le barche intorno all’isola nei mesi di agosto e ottobre. Ma poiché il tempo di ottobre non è più favorevole alle processioni fluviali a causa di piogge e venti più forti, un parroco diocesano ha deciso di mantenere San Domenico solo come patrono della parrocchia. Così, i sacerdoti scherzano tra loro che la parrocchia non è più chiamata “San Francesco e San Domenico, amici” ma piuttosto “San Domenico, divorziato”. 

San Francesco e San Domenico vissero in un momento in cui la Chiesa, molto simile alla Chiesa di oggi, aveva un disperato bisogno di una nuova evangelizzazione. Non è difficile immaginare che entrambi i santi siano stati amici, perché entrambi sono amici di Cristo. Come Papa Benedetto ha scritto in Deus Caritas est: 

Anche gli amici di Gesù devono essere amici l’uno dell’altro. Francesco e Domenico sono amici perché sono amici di Gesù. Siamo qui riuniti come amici perché celebriamo l’amore dell’amicizia di Gesù nell’Eucaristia. La grazia dell’Eucaristia è comunione, e la Chiesa è “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”[1]. Quindi, costruire il Corpo di Cristo è costruire la comunione. 

Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco…Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico.” 

Ma la nostra Chiesa oggi soffre di divisione. Il corpo di Cristo è ferito. Sembra che alcuni membri della Chiesa non riescano a capire che quando infliggono dolore agli altri membri, in realtà feriscono loro stessi. “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme”, ci dice San Paolo. Papa Francesco sa che le divisioni distruggono lentamente la Chiesa. In un’omelia di due anni fa, aveva detto: “il diavolo ha due armi potentissime per distruggere la Chiesa: le divisioni e i soldi… le divisioni nella Chiesa non lasciano che il regno di Dio cresca. Invece “le divisioni fanno sì che si veda questa parte, quest’altra parte contro di questa: sempre contro, non c’è l’olio dell’unità, il balsamo dell’unità”.[2]

Papa Francesco ha giustamente capito che le divisioni e l’avidità sono le malattie diaboliche che affliggono la Chiesa attualmente. E San Francesco offre alla chiesa due potenti antidoti: 

fraternità e povertà evangelica. 

Fraternità. Siamo frati. È strano che in alcune parti del mondo i frati sacerdoti si definiscano “padri”. Ma “Fratello” o “Fra” è più di una semplice designazione umile. È infatti un titolo molto “teologico” perché “predica” e indica il regno di Dio che sta arrivando, dove ognuno è un “fratello” e una “sorella”, perché c’è un solo Padre che è nei cieli. Questa è la stessa realtà che predichiamo e celebriamo nell’assemblea eucaristica cioè, synaxis, in cui ci rivolgiamo alle persone come “fratelli e sorelle”, e non “figli e figlie”. È triste che alcuni dei nostri fratelli non capiscano che chiamarci “fratello” è di per sé una forma di predicare l’unica paternità di Dio e la nostra connessione fondamentale l’uno con l’altra. Ai nostri giorni, la Chiesa sta diventando sempre più consapevole di come il clericalismo abbia permesso agli abusi clericali di rimanere nascosti o impuniti per molti anni. San Francesco ha evitato il clericalismo. Il dono carismatico dei mendicanti ha il potere di rinnovare la Chiesa, se riscopriamo ancora una volta l’importanza della fraternità in Dio. 

Povertà evangelica. Senza dubbio, un momento chiave nella vita di San Francesco è stato quello della restituzione dei suoi averi, anche i suoi vestiti, a suo padre, quando ha detto: “D’ora in poi non dirò più padre mio Pietro Bernadone, ma Padre nostro che sei nei cieli.” Sembra che Francesco “tagliò i ponti” con suo padre in quel momento. Ma in realtà è stato un momento di costruzione di una nuova relazione con suo padre Pietro e tutti gli altri. Chiamare Dio come nostro unico Padre è riconoscere che ognuno è un fratello e una sorella. Infatti, Francesco chiamò persino la creazione di Dio come suoi fratelli e sorelle, “fratello sole, sorella luna”. La povertà evangelica non riguarda il nostro rapporto con i beni materiali, ma con l’uno e l’altro. In un mondo creato da un Dio previdente, non ci può essere che povera gente quando le condizioni per la condivisione dei doni del Padre sono assenti. Non si può negare che a volte la povertà sia il risultato di decisioni sbagliate o addirittura di pigrizia. Ma ci sono innumerevoli poveri che lavorano così duramente e rimangono poveri. Gli Atti degli Apostoli ci dicono: “La comunità dei credenti era di un solo cuore e mente … Nessuno infatti tra loro era bisognoso” (Atti 4:32, 34). Il nostro fratello biblista Jerome Murphy O’Connor ha detto: “L’essenza del voto di povertà è condivisione”. Per quanto paradossale possa sembrare, la povertà evangelica è la soluzione cristiana alla povertà economica e spirituale. Mi è stato detto che era un francescano a inventare la contabilità, a pensarci: l’esperto di povertà ha inventato il sistema per gestire la ricchezza! Un saggio domenicano lo definì “paradosso della santità”! Interpretare il significato della povertà evangelica come una condivisione funge da correttivo contro i mali correlati alla povertà, cioè insufficienza e all’eccessiva ricchezza. 

Alla chiesa di San Damiano, San Francesco ascoltò Gesù: “Vai e ripara la mia chiesa che come vedi è in rovina”. Sappiamo che la chiesa di San Damiano è il simbolo di tutta la Chiesa. Mentre Francesco ascoltava la voce di Gesù dalla croce, abbracciava anche la sua croce. Sappiamo tutti quanto sia difficile portare le nostre croci. Ma Francesco ha portato la sua molto bene. 

Nel vangelo di oggi ascoltiamo l’invito più premuroso e tenero di Gesù. È diverso dai suoi altri inviti che comportano tanti sacrifici, per esempio: “prendi la tua croce e seguimi” o “vai a vendere tutto, poi vieni e seguimi”. In questo invito sentiamo profondamente il tenero affetto di Gesù: “ Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo e imparate da me che sono mite e umile di cuore ”. 

Però mentre troviamo conforto in queste tenere parole e vediamo l’immagine di Gesù sulla croce, cominciamo a chiederci: come può confortarci quando porta un peso molto più pesante del nostro? Come può darci riposo quando ci chiede di “prendere il suo giogo”? Come può convincerci che il suo “carico è leggero” quando sappiamo che ha sofferto molto? Mentre medito sul Vangelo di oggi e vedo la croce, sono quasi tentato di chiedere: Gesù non stava scherzando quando ha detto che possiamo prendere il suo giogo perché il suo carico è leggero?” 

In che modo il giogo di Gesù potrebbe essere leggero? L’unico obbligo che Gesù ci dà è il comandamento di amare Dio e il nostro prossimo. Il giogo di Gesù è il giogo dell’amore. E tutto ciò che portiamo con amore, o, per amore dell’amore, non sarà mai pesante. I preti che amano celebrare i sacramenti, ascoltando la confessione, non lo considerano un dovere gravoso. I genitori che amano i loro figli non trovano difficile lavorare per soddisfare le loro esigenze. Non avete notato, quando non amiamo il nostro lavoro, l’orologio sembra così dolorosamente lento? Ma quando amiamo ciò che facciamo, il tempo sembra volare così rapidamente. Quando viaggiamo con persone di cui godiamo la compagnia, un lungo viaggio sembra breve. Qualsiasi peso che portiamo con amore o per amore sarà sempre leggero. Questo è ciò che dobbiamo imparare da Gesù, perché è mite e umile di cuore. 

San Francesco ha abbracciato la croce di Gesù e ha ricostruito la Chiesa. Cerchiamo di onorarlo aiutandolo a costruire la Chiesa del nostro tempo. Facciamolo con speranza nei nostri cuori, perché “La speranza è il rifiuto radicale di porre limiti a ciò che Dio può fare per noi”. 

 

1 Lumen Gentium, 1.
2 Papa Francesco, Meditazione Mattutina Nella Cappella Della Domus Sanctae Marthae: “Alla radice dell’unità”, Lunedì, 12 settembre 2016.