Lettera di Natale del Ministro generale 2019

Siamo a pochi giorni dalla celebrazione del Natale del Signore e la ritengo per noi un’opportunità per prepararci personalmente e comunitariamente a vivere con intensità i misteri del Verbo Incarnato. In questo contesto, riceviamo con gratitudine il Messaggio del Ministro generale, che ci invita a celebrare l’amore di Dio, presente nella storia e che ci offre la pace.

Vorrei informarvi che sono stato in viaggio a Chicago per incontrare Fr. Michael A. Perry, OFM, Ministro Generale. Grazie a Dio e alle preghiere delle sorelle e dei fratelli, il processo di recupero è positivo e si spera che potrà tornare a Roma per il suo servizio durante la sessione del Definitorio Generale il prossimo gennaio 2020.

Chiediamo al Buon Dio di aiutarci a vivere con stupore e rinnovata gioia le feste di Fine Anno, in fraternità e con il popolo di Dio, con il quale prepariamo la Mangiatoia perché “lì risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà”(1Cel 85).

Vi auguro un Santo Natale e un Anno Nuovo benedetto.

 

Roma, 12 dicembre 2019

 

Fr. Julio César Bunader, OFM
Vicario generale


 

 

Diventare umili servi del Dio che ha umiliato Sé stesso per salvare tutti

 

Miei cari Fratelli, cari Amici dell’Ordine,

Che il Signore vi dia pace!

Oggi ci uniamo a tutto l’universo creato nel canto di un inno di lode e di ringraziamento per il meraviglioso amore e la misericordia di Dio riversate in Cristo Gesù! Abbracciamo e facciamo nostro il messaggio del profeta Isaia che ascoltiamo nella liturgia mattutina del Natale:

Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia,
poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion
(Is 52).

 

PDF:  English – Español – Italiano – Deutsch – Français – Hrvatski – Polski – Português

 

 

In questo testo del Secondo Isaia, il ritorno del popolo dell’Alleanza dall’esilio babilonese a Gerusalemme, la Città Santa, è proclamato come una realtà imminente, qualcosa che accadrà. Le persone aspettavano disperatamente. Erano stanche di dover vivere fuori dalle loro case e dalla loro patria, senza un posto da definire come proprio. Anche quando, alla fine, fu permesso di tornare nella loro terra natale, come si evince dal Terzo Isaia, si ritrovarono di nuovo nella difficoltà e nella sofferenza per un profonda spossatezza esistenziale e spirituale. Presto scoprirono di non poter semplicemente vivere sulle “rimembranze” della fede dei loro antenati, una fede intrisa di una fiducia assoluta in Dio che chiamò Abramo e Sara, Mosè e Miriam, ad uscire dalle loro sicurezze per abbracciare una nuova visione e una nuova terra che Dio stava loro promettendo. Queste stesse persone furono progressivamente sfinite dagli abusi dei capi all’interno della comunità – sia religiosi che politici – che erano più concentrati nell’accumulare potere e ricchezza per sé stessi, la loro famiglia e i loro amici, piuttosto che vivere una vita giusta e spiritualmente veritiera. Erano sfiniti dalle pressioni esterne poste su di loro per conformarsi ai costumi religiosi, culturali, filosofici ed etici dei loro tempi. Furono stremati dal vivere nella paura: la paura di perdere la propria identità religiosa e culturale; la paura di perdere la speranza in Dio che aveva portato i loro antenati dalla schiavitù dell’Egitto alla terra promessa e che ora offriva loro la possibilità del ritorno a casa.

È in questo contesto di estraniamento e indebolimento dei vincoli di fede e fraternità che devono essere comprese le parole del profeta Isaia. Nonostante tutti i loro fallimenti, in qualche modo persisteva tra le persone un profondo desiderio di qualcosa – o meglio ancora di qualcuno – che avrebbe portato loro un messaggio di speranza, il ritorno del Signore in mezzo a loro. Solo quando il Signore fosse tornato  a Sion, e posto al centro di tutte le preoccupazioni umane e spirituali, allora le persone avrebbero  trovato la via della loro vera identità, e  della loro vera casa.

Ciò che era vero allora per il popolo di Dio rimane vero anche oggi: è Dio che avvia questo processo di restauro, un ripristino che ci conduce lungo la via della santità della vita, una vita quotidiana fuori dalla nostra fede (certezze), e anche ad una pratica della giustizia e della pace che sono dono  di Dio. Ma questo risanamento non è al centro della storia di Natale? Non è l’evento dell’incarnazione di Gesù, la sua venuta in mezzo a noi come “uno come noi”, la sua condivisione con noi, una nuova visione di come potremmo camminare ancora una volta nell’amore, nella misericordia, nella giustizia, nella verità e nella pace di Dio, centrati nella nostra identità di discepoli,

cristiani e di frati minori? Miei cari Fratelli, la risposta a entrambe queste domande può essere scoperta solo vivendo fedelmente la vocazione a cui siamo stati chiamati e per cui siamo stati scelti e inviati.

Ritornando al Secondo Isaia per un momento, il testo chiarisce che dal campo di battaglia verrà inviato un messaggero per proclamare che Dio ha trionfato e che la sofferenza del popolo è terminata. Ora possono prepararsi spiritualmente, moralmente e psicologicamente per ritornare a “casa”. Tuttavia, c’è una svolta in questa storia. Il messaggero non è altro che Dio stesso che viene in trionfo. Il Signore ritorna!  il campo di battaglia è un confronto tra Dio e tutta la storia umana. Dio viene non solo per liberare e redimere Gerusalemme; Dio viene per liberare e redimere tutte le nazioni e tutta la storia: passato, presente e futuro. Il messaggio del Profeta apre l’offerta della salvezza di Dio a tutti i popoli del mondo, a ciascuno di noi oggi, che è stato suggellato dal sangue dell’Agnello. Non è più limitato solo a quelli considerati parte dell’”alleanza” originale. Questa è una dichiarazione “oltraggiosa”, eretica, poiché ammette che Dio potrebbe operare anche al di fuori dei perimetri dottrinalmente approvati e purificati ritualmente del “popolo eletto”. Dio potrebbe operare anche in culture non ancora purificate, che sono ancora “sulla via della santità”, che stanno lentamente attraversando un processo di inculturazione e purificazione. Dio potrebbe persino lavorare con persone che hanno esperienze di Dio, che concepiscono e compiono azioni di adorazione poco comprese in quanto sono  al di fuori delle loro culture e tradizioni, ma che sono autentici atti di adorazione, azioni che conducono al culto dell’unico Dio Creatore universale. Pertanto, la vittoria dichiarata sul campo di battaglia della storia non è una vittoria per questo o quel re, questo o quel Paese, questa o quell’ideologia religiosa o politica, questa o quella cultura o razza o popolo. La vittoria che Isaia annuncia appartiene solo a Dio. Dio sta attirando tutti i popoli verso di Sé, attraverso una varietà di forme poiché nessuna espressione singolare è in grado di contenere tutto ciò che Dio è e ciò che Dio intende per il mondo.

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion:” Regna il tuo Dio”.

Miei cari fratelli e amici, questo ci porta nel cuore della storia del Natale che celebriamo oggi. Il singolare evento dell’Incarnazione, che Dio ha preso forma umana, spogliando sé stesso per entrare nella nostra condizione umana, testimone dell’amore e della grazia redentrici di Dio, l’impegno di Dio di entrare e riscattare tutta la vita senza eccezioni, senza esclusione. La pace, la buona notizia e la salvezza di cui parla il profeta Isaia è una dichiarazione che Dio regna su tutto ciò che cerca di dividere e distruggere noi e l’ambiente naturale. Questa vittoria non è fondata su un’ideologia di potere e potenza, come attualmente prevede il nostro mondo. Piuttosto, è una vittoria fondata sull’amore incondizionato e sulla misericordia di Dio, che non ha eguali nella storia umana o nell’ordine naturale. Questo amore e misericordia incondizionati si esprimono non attraverso la forza e il diritto, ma attraverso ciò che Papa Francesco chiama “l’umiltà di Dio portata all’estremo” (omelia di Natale 2014). Papa Francesco continua:

È l’amore con cui, quella notte, ha assunto la nostra fragilità, la nostra sofferenza, le nostre ansie, i nostri desideri e le nostre limitazioni. Il messaggio che tutti si aspettavano, che tutti cercavano nel profondo delle loro anime, non era altro che la tenerezza di Dio: Dio che ci guarda con occhi pieni d’amore, che accetta la nostra povertà; Dio che è innamorato della nostra piccolezza.

L’incarnazione è fondamentalmente un evento relazionale. Dio sceglie di entrare in una più profonda comunione con noi in modo che noi, come il popolo dei tempi di Isaia, possiamo riconoscere la grazia salvifica e la grandezza in cui siamo stati creati e chiamati come figli amati del Dio Uno e Trino. Riconoscendo questa verità che Dio cerca di condividere con tutta l’umanità e la creazione, a nostra volta diventeremo umili servitori del Dio che ha umiliato Sé stesso per il bene di tutto ciò che Dio ha creato. Ma questo non è stato anche al centro del messaggio del Consiglio Plenario dell’Ordine del 2018? Non è anche questa la traiettoria dell’Ordine mentre iniziamo a guardare al Capitolo generale del 2021?

Umiltà; piccolezza; povertà; tenerezza; amore; accettazione. Queste parole ci aiutano a comprendere meglio la natura di questa celebrazione di Natale e come dobbiamo vivere e testimoniare l’incredibile evento dell’Incarnazione di Gesù Cristo nella nostra vita di oggi. Dobbiamo solo ricordare il ruolo di queste stesse parole, o meglio ancora, gli attributi del discepolato cristiano e della vita e della missione francescana manifestate  nella vita di San Francesco d’Assisi. Egli venne progressivamente alla scoperta della sua vita, nella vita dei suoi fratelli, nella vita di coloro che erano materialmente poveri e socialmente esclusi, nella vita del Sultano al-Malik al-Kamil e di altri che non professavano la fede cristiana e in tutta la creazione, il potere trasformativo contenuto non nella “grandezza” di Dio, ma piuttosto nella “piccolezza” di Dio.

Francesco ha percepito nella piccolezza e nella povertà della mangiatoia un amore così forte e profondo da essere in grado di sciogliere i cuori induriti e rompere tutte le barriere che separano le persone l’una dall’altra: geografiche, culturali, sociali, religiose e altre. È dalla  grazia dell’Incarnazione che vengono creati e mantenuti nuovi percorsi di incontro, dialogo, scoperta, perdono e fraternità umana. Solo coloro che sono immersi nella logica dell’amore “dell’Incarnazione”, di Dio saranno in grado di raggiungere coloro che  sono scartati ed esclusi: migranti e rifugiati; coloro che professano altre idee e pratiche religiose; quelli che ci viene detto che sono i nostri “nemici” quando, nella logica dell’Incarnazione di Dio, sono nostri fratelli e sorelle; una creazione ferita, sfinita e minacciata dallo sfruttamento sfrenato e immorale.

Mentre celebriamo l’amore insondabile e la misericordia di Dio che è entrata nella storia umana in un modo unico e potente attraverso l’Incarnazione di Gesù, diamo il benvenuto all’invito di Dio per noi di diventare la presenza stessa dell’offerta di Dio dello shalom, pace, per tutti  coloro che sono intorno a noi . Impegniamoci sui pilastri su cui è costruita questa pace: verità, giustizia, amore, libertà e perdono (cfr. Giovanni XXIII, Pacem in Terris; Giovanni Paolo II). Possa questo stesso dono di pace, pienamente incarnato nel grande dono di Dio al mondo, l’amato Figlio di Dio Gesù, riempire i nostri cuori di gioia. Possa dare direzione alle nostre fraternità. E possa aiutare a plasmare la sostanza e la forma della nostra missione di co-discepoli con tutti i cristiani, viaggiando insieme a Gesù, con tutta l’umanità e con l’universo creato sulla strada verso il Regno di Dio.

 

Santo Natale colmo di pace ad ognuno di voi!

 

Roma, 12 dicembre 2019
Festa di Nostra Signora di Guadalupe

 

 

 

Fr. Michael A. Perry, OFM
Ministro Generale e Servo

 

 

 Prot. 109455

Immagine: Jacob van Oost, Adorazione dei pastori, Kunsthistorisches Museum di Vienna