Ministro Generale: la guerra è una parola per la nostra conversione

Dal 10 al 16 aprile 2022, il Ministro Generale, Fr. Massimo Fusarelli, accompagnato da Fr. Francesco Piloni, provinciale di Assisi, ha effettuato una visita in Romania, Ucraina e Polonia. A seguito di questa visita, ha condiviso con l’Ufficio Comunicazione dell’Ordine il suo pellegrinaggio.

 

Ministro, da dove è iniziato il tuo viaggio?

Siamo arrivati nella Domenica delle Palme in Romania, a Suceava, al confine con l’Ucraina. Dovevamo attendere il giorno successivo per entrare e quindi ne abbiamo approfittato per salutare i frati della Transilvania, visitare un santuario Mariano e per stare con il Provinciale e con i frati della fraternità. Poi finalmente siamo entrati in Ucraina. Il passaggio della frontiera tra Romania e Ucraina è stato come uno specchio, perché ci ha fatto vedere un flusso quotidiano di gente: ci sono rifugiati che tornano in Ucraina – soprattutto donne, bambini, anziani – e persone che invece lasciano il paese. Tra Polonia e Ucraina fino alla settimana scorsa tra 25 e 30.000 persone al giorno hanno fatto questo passaggio. Sono tante e ci fanno capire anche una delle conseguenze della guerra: questo spostamento di persone. Abbiamo visto le persone lasciare il Paese con poche valigie, pochi averi. Molto triste, ma veramente ci ha toccato il cuore. Abbiamo anche potuto parlare con alcuni di loro. L’11 aprile al confine con l’Ucraina ci siamo incontrati con altri rappresentanti di un pellegrinaggio interreligioso, il cui momento centrale sarebbe stato l’incontro del giorno successivo.

 

La partecipazione a questo pellegrinaggio interreligioso è stato un altro dei motivi importanti del tuo viaggio.

Sì, lì ho avuto l’occasione di conoscere i diversi partecipanti a questo pellegrinaggio: l’arcivescovo emerito di Canterbury degli Anglicani, Rowan Williams, l’Arcivescovo Metropolita greco ortodosso del Patriarcato di Costantinopoli in Inghilterra, ma anche un Vescovo ucraino della chiesa ortodossa di Kiev e poi rappresentanti del mondo islamico (ex Gran Mufti di Bosnia), rappresentanti dell’ebraismo, induisti e buddisti. Eravamo dodici in tutto e abbiamo condiviso la preparazione all’incontro del giorno successivo.

Il 12 aprile al mattino, divisi in tre gruppetti, abbiamo visitato il centro dei rifugiati e un orfanotrofio. Credo che questa sia stata la tappa più dolorosa e più forte nel mio pellegrinaggio. C’erano 200 bambini e ragazzi in questo centro, di cui circa 80 orfani o abbandonati, a causa dei genitori dispersi dalla guerra. Alcuni di loro hanno subito violenza psicologica e varie forme di abuso. Confesso che uscito da lì ho pianto. Ho chiesto anche al Signore: “Signore, aiutami, Signore, manifestati.  Fatti conoscere, perché la sofferenza dei bambini è terribile”. Però devo dire che, insieme a questa sofferenza, oltre agli adolescenti spenti visti anche in altri centri di accoglienza dei rifugiati, ho trovato l’allegria e la festa dei bambini. Una caratteristica del viaggio visitando i rifugiati è stata sempre questa: dolore e speranza, pianto e risa insieme. Mi ha fatto pensare che veramente la Pasqua è così: la morte e la vita.

Nel pomeriggio si è svolto l’incontro interreligioso, punto centrale del pellegrinaggio, che è stato molto intenso. Il teatro era pieno di gente: è stato il primo evento pubblico dall’inizio della guerra in Ucraina. Quindi anche per questo è stato importante ed è stato un bel momento di condivisione.

 

Nella lettera del Santo Padre, di cui sei stato portatore e che è stata letta il 12 aprile a Černivci, il Papa scrive: “La sofferenza arrecata a tante persone deboli e indifese; i numerosi civili massacrati e le giovani vittime innocenti; la fuga disperata di donne e bambini… Tutto ciò scuote le nostre coscienze e ci obbliga a non tacere, a non rimanere indifferenti di fronte alla violenza di Caino e al grido di Abele, ma ad alzare la nostra voce con forza per chiedere, in nome di Dio, la fine di tali azioni abominevoli. Tu hai parlato di San Francesco d’Assisi durante la preghiera. Come si può alzare la voce oggi?

Il Papa sta alzando la sua voce. Parla molto contro la guerra, come nessun altro leader. Però per qualcuno questo non basta, perché vorrebbero che il Papa prendesse posizione. Alzare la voce, però, non è soltanto dire indicare un colpevole: è denunciare l’iniquità della guerra, non restare neutrali, dire che la guerra oggi può degenerare verso un conflitto nucleare. Nessuna guerra si può dire giusta, anche se l’uomo ha diritto all’autodifesa. Alzare la voce mi sembra fare questo, quello che il Papa sta facendo. Anche io, andando lì, ho voluto dire ai frati e a tutti i cristiani che noi ci siamo, non siamo indifferenti a quello che sta succedendo.

Poi alzare la voce a livello internazionale politico vuol dire prendere una posizione più chiara? Sicuramente. Vuol dire chiedere se si vuole veramente che questa guerra finisca? Visto che molti in Ucraina se lo chiedono. Oppure a qualcuno alla fine fa comodo questa situazione? Qui entriamo in argomenti molto delicati e molto sensibili.

 

Come stanno i Frati Minori delle comunità che hai visitato e come stanno fronteggiando questa situazione?

Ho incontrato i frati in diverse case. In ogni convento ho incontrato anche rifugiati: persone scappate dalla parte est del paese. Devo dire che cinque giorni dopo il mio viaggio, sono cadute delle bombe nel luogo dove siamo passati a Leopoli e sono morti 7 civili. Quindi oggi sappiamo che nessuna zona è sicura in Ucraina, perché la guerra all’improvviso colpisce tutti.

Ad Ovest del Paese ho avuto l’incontro più significativo con le persone delle nostre chiese e con gli amministratori locali. Ho visto tanta solidarietà, tanto coinvolgimento e questo mi ha dato tanta speranza.

Ad oggi nessuno dei nostri frati è stato colpito fisicamente e neanche i conventi. I frati sono con la gente: è la loro vocazione che stanno vivendo veramente. Certamente, durante la mia visita, ho visto anche le ferite dei frati, la tensione, la paura. Hanno le loro famiglie e le persone a loro care che si trovano sotto i bombardamenti. Provano, come tutti, un sentimento di insicurezza e quindi anche loro hanno bisogno di sostegno. Erano contenti della nostra visita, perché li ha fatti uscire da un senso di oppressione, di chiusura. Dai frati dell’Ordine stanno ricevendo non solo tanta solidarietà materiale, ma anche vicinanza tramite una telefonata, una e-mail. Questo li fa sentire parte di una famiglia più grande ed è molto importante.

 

Di che cosa hanno bisogno le persone che hai incontrato?

Per il momento i frati stanno ricevendo, grazie a Dio, quello di cui hanno bisogno per la gente. Anche se arrivano tanti aiuti da tante parti del mondo, il denaro che si sta raccogliendo sarà molto utile per quando la guerra andrà verso la fine. Bisognerà ricostruire e aiutare le persone a tornare nelle proprie case. Tanti in Europa, in Italia, Germania e Polonia, stanno aiutando con generosità. Ho visto i depositi con gli alimenti, i medicinali, gli oggetti per persone anziane, i malati e i bambini.

 

Ministro, quale messaggio lasceresti per i frati e il mondo dopo il tuo pellegrinaggio?

Il messaggio è quello che ha affermato il Papa: non rimaniamo indifferenti. Noi ci abituiamo alla guerra. Sentiamo che una guerra del genere è una ferita per tutti. C’è un aggressore e ci sono gli aggrediti. Però sappiamo di portare dentro di noi il seme della violenza che può esplodere da un momento all’altro. Quindi, dobbiamo stare molto attenti a questo. Vogliamo la pace, non alimentiamo questa guerra. Essere pro o contro qualcuno non era la nostra vocazione, soprattutto come frati, come cristiani.  E lavoriamo per la riconciliazione, la pace. Dobbiamo aiutare le persone a superare le ferite di questa guerra.

 

Cosa significa parlare di pace oggi?

Qualcosa è cambiato profondamente: l’Europa e il mondo intero non sono più quelli di prima della guerra. Eravamo come in un’illusione, in una pace un po’ artificiale. Oggi vediamo che la pace è molto fragile e che per custodirla e promuoverla ci vuole un impegno più grande. Come credente, come cristiano direi: che cosa la Provvidenza di Dio ci vuole far vedere attraverso questa guerra? Io vedo come una grande chiamata alla conversione; una grande chiamata a ritrovare la fede e la comprensione profonda del cuore della vita. Credo che il Papa, chiedendoci la consacrazione alla Vergine Maria, abbia voluto indicare questa chiave di lettura. La guerra è una parola per la nostra conversione. Io, personalmente in questo pellegrinaggio ho sentito molto questo aspetto.

I frati mi hanno invitato ad andare nella parte est dell’Ucraina. Appena possibile andrò per continuare questo cammino, questo pellegrinaggio.