Saliamo sulla Verna perché vogliamo toccare con mano le piaghe di Cristo | La Festa delle Stimmate 2018

Prima di tutto vorrei dirvi grazie di aver accettato l’invito anche quest’anno di salire sul Monte della Verna.  Ma proviamo a rispondere cosa significa salire su questo monte santo, che implicazioni concrete nella nostra vita può avere uno spostamento di questo genere?

Salire sulla Verna è salire al Calvario, al luogo che ha testimoniato uno dei più grandi drammi che l’umanità abbia mai visto. Certamente è il luogo della vittoria sul peccato e sulla morte ma prima di ciò, è il luogo della sofferenza e dell’agonia, è il luogo della morte dell’innocente. Saliamo sulla Verna perché vogliamo toccare con mano le piaghe di Cristo, ovvero quello che provoca dolore, angoscia, incertezza e tante volte scoraggiamento e perché no, senso di fallimento. Saliamo su questo monte perché vogliamo capire il paradosso che San Paolo ci propone nella sua lettera quando ci dice che l’unico vanto che ci appartiene è la croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per noi è stato crocifisso, come noi per il mondo.

In preparazione a questa festa, ho riflettuto sul senso delle piaghe di Cristo oggi e, attingendo dagli scritti di San Buonaventura quando descrive l’episodio delle stimmate di Cristo nel corpo di Francesco, osservo che viene presentato come uno stupendo miracoloe come un privilegio mai concesso prima ad un essere umano.  Se ci facciamo caso, noi siamo abituati ad associare la parola privilegio a un qualcosa di esclusivo e bello, un qualcosa che nessun altro può avere e che ci rende speciali. Ma in realtà mi viene da chiedermi se per Francesco, sia stato così. Mi domando che cosa sentiva realmente Francesco nel momento di questa esperienza spirituale così intensa.

Non di certo uno stato di benessere, conseguenza di una azione soprannaturale che lo sottraeva completamente dalla realtà vissuta; non di certo un’estasi assoluta come quella che l’apostolo Pietro voleva perpetuare nel momento della trasfigurazione di Gesù. Tutto il contrario, le cinque piaghe con cui il Poverello è stato segnato riproducono nel suo corpo e nel suo spirito il dolore e la sofferenza di colui che aveva consegnato sé stesso per la vita di tutti.  Senza dubbio, per Francesco dovette essere un processo lento e quasi scomodo, ma progressivamente accettato, in coerenza con ciò che lui stesso avrebbe fatto scrivere nel suo testamento: “ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’anima e di corpo”.

Poco dopo dalla sua elezione come Pontefice, Papa Francesco commentando il Vangelo proposto per la festa di San Tommaso Apostolo ha detto una frase che ben si adatta alla nostra ricorrenza: “Per incontrare il Dio vivo è necessario baciare con tenerezza le piaghe di Gesù nei nostri fratelli affamati, poveri, malati, carcerati.” Non solo in quella occasione ma più volte, il Papa ha fortemente ribadito questo pensiero, sottolineando che lo sguardo cristiano è sempre capace di intravedere in mezzo alle spiazzanti realtà di sofferenza un’occasione per rendere possibile il miracolo dell’incontro e della apertura verso l’altro.

In un mondo dove l’esclusione e la emarginazione sono all’ordine del giorno, per l’avanzata delle mentalità populiste e xenofobe che mostrano un’atmosfera geopolitica piuttosto fragile, è urgente orientare il nostro sguardo al Cristo piagato per poter combattere il fantasma della paura che bussa alle nostre porte e ci impedisce di accogliere con solidarietà essere umani che, per ragioni di solito poco conosciute e contro la loro volontà, devono lasciare la loro patria per venire in una nuova realtà.

Proviamo ad immaginare che invece di quelle 177 persone che erano sulla nave il 20 agosto scorso a Catania, fossimo stati noi a subire l’indifferenza del braccio di ferro politico che non si commuove davanti al dolore che si porta dietro. Immaginiamo che fossimo stati noi a vivere l’inferno dell’esilio accompagnato da sottomissione, sfruttamento e persino perdita della libertà. Avrete sicuramente sentito che uno dei bambini riscattati era stato al buio per un anno. Poi, come se non bastasse ci sono voluti 5 giorni per farli sbarcare mentre il mondo intero guardava che la situazione a bordo della nave diventava sempre più critica. Come ci saremmo sentiti noi se avessimo dovuto subire tutto ciò? Avremmo forse resistito? Saremmo sopravvissuti? Vi invito in un atto di solidarietà a metterci nei panni di quelle persone in modo tale da svegliare dentro di noi sentimenti di misericordia e di compassione.

Carissimi, questa è una delle stimmate che oggi siamo invitati a riconoscere nel nostro corpo. Riprendendo le parole che San Paolo ci ha donato nella prima lettura, non conta la circoncisione o la non circoncisione, io direi, non conta essere di questo o di quel paese, essere europei, americani o africani, non far parte di una comunità economica robusta e sostenibile, ciò che conta è l’essere una nuova creatura. Siate voi, nuove creature, uomini e donne che riescono ad abbracciare con grande amore quello che il mondo vuole scartare, quello che diventa indesiderabile e scomodo. Pure Francesco d’Assisi prima della sua conversione al Signore si rifiutava di accogliere le piaghe di Cristo nei sofferenti, ma lui stesso confessa che il Signore lo condusse in mezzo a loro e proprio lì fu capace di provare misericordia e compassione perché lo spirito del Signore glielo ispirò. Ecco dunque il segreto di Francesco: il suo salto di qualità non lo attribuì ad uno sforzo personale di estrema ascesi, ma lo considerò come un dono dell’Altissimo che lui ricevette e conservò sino alla fine della sua vita terrena.

Chiediamo in questa veglia, cari amici, di avere gli stessi sentimenti di Cristo per poter abbracciare nella nostra vita le stimmate di Cristo. Riprendo le parole di 25 anni fa che il Santo Padre Giovanni Paolo II rivolgeva al Poverello:

“O San Francesco, stigmatizzato de La Verna,
il mondo ha nostalgia di te quale icona di Gesù Crocifisso.
Ha bisogno del tuo cuore aperto verso Dio e verso l’uomo,
dei tuoi piedi scalzi e feriti,
delle tue mani trafitte e imploranti”
(Giovanni Paolo II, 1993, La Verna).