Una prospettiva francescana per un umanesimo cristiano rinnovato: Festa del beato Giovanni Duns Scoto all’Antonianum

 

Il 9 novembre 2017 nella Pontificia Università Antonianum si è celebrata la memoria liturgica del beato Giovanni Duns Scoto.

Dopo il saluto del Rettore, Sr. Mary Melone, ha tenuto la sua Relazione Mons. Franz Lackner, OFM, su Riscoprire Giovanni Duns Scoto: pensieri-approcci-impulsi nell’Aula Magna della PUA.

Subito dopo ha preso la parola Fr. Josip B. Percan, Presidente della Commissione Scotistica, il quale ha illustrato il lavoro in corso della stessa Commissione.

Dopo un breve pausa, con l’intervento e il saluto ai presenti di Fr. Michael A. Perry, Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori e Gran Cancelliere dell’Università, si è conclusa la Festa del beato Giovanni Duns Scoto che la PUA ha voluto celebrare.

Intervento e Saluto finale dal Gran Cancelliere dell’Universita’

Fra Michael A. Perry, OFM

Festa in Onore del Beato Giovanni Duns Scoto

 

“Una prospettiva francescana per un umanesimo cristiano rinnovato”

Nella sua Enciclica del 2009, Caritas in Veritate, Benedetto XVI lancia una sfida a filosofi e teologi: sviluppare una nuova visione di umanesimo, che sia in grado di generare autentica solidarietà nel mondo di oggi. Benedetto XVI scrive:

Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso (Caritas in Veritate, n. 78).

         Il nostro è un mondo lacerato dalle ingiustizie, dalle violenze e dalla guerra, dalle malattie e da una povertà umiliante, dalle migrazioni e dalle persecuzioni. Oggi vorrei invitarvi a riflettere sul fatto che il pensiero del nostro fratello Giovanni Duns Scoto offre un prezioso contributo ad un tale progetto, propriamente alla fondazione di un umanesimo cristiano francescano. Questo progetto si basa sulla concezione scotiana della libertà umana, dell’autentica giustizia e della volontà come unica potenza razionale. Questo per Scoto significa che l’amore, unito alla nostra capacità di essere solidali con l’altro nell’amicizia, costituisce la più alta perfezione di cui siamo capaci.

Quando Scoto parla della capacità riflessiva della volontà come potenza razionale, pone le basi per un atto di generoso amore, l’amore di amicizia per Dio e dell’uno per l’altro. Inoltre, egli ci offre una rinnovata visione della razionale libertà umana, che pone le basi per la solidarietà umana e il mutuo sostegno.

Per Scoto e per i Francescani il fine dell’esistenza umana non consiste tanto nell’eterna contemplazione della perfezione divina, quanto nell’impegno intenso e progressivo ad amare Dio sopra ogni cosa, ad essere amati da Lui, e ad amarsi e sostenersi reciprocamente. Qui non c’è visione beatifica. Qui c’è un beatifico abbraccio, un continuum di amore, che si estende a tutti.

Il nostro essere in grado di amare il bene, come dice Scoto, è fondato sulla nostra innata capacità di esercitare una libertà razionale, per la quale abbiamo la capacità di governare le nostre azioni, controllare i nostri desideri, e passare dall’interesse personale al bene comune. Queste capacità costituiscono la base per una comunità d’amore, tanto desiderata da Dio e così necessaria nel mondo di oggi.

Vediamo, anzitutto, come il cristocentrismo francescano permea di dignità la volontà razionale e come questo focus orienti verso una visione della realizzazione dell’uomo nell’amore, nella comunità e nella solidarietà. Ciascuno di questi aspetti contribuisce a formare un’immagine rinnovata di umanesimo cristiano per il mondo di oggi.

Cristocentrismo francescano

Mentre tutti abbiamo familiarità con l’insegnamento di Scoto, secondo il quale l’Incarnazione avrebbe avuto luogo indipendentemente dal peccato dell’uomo (o dalla caduta di Adamo ed Eva), forse lo stesso non accade per quanto riguarda la centralità dell’umanità di Cristo nel pensiero scotiano. Dalla riflessione sulla natura umana di Gesù Cristo dipende, infatti, la riflessione di Scoto sulla dignità umana, sul volere dell’uomo e sull’amore disinteressato.

La natura comune che condividiamo con Cristo diventa un ponte, che collega la storia della salvezza alla dignità umana. L’ingresso del divino nella storia umana, infatti, non è stato provocato dal nostro essere peccatori, quanto piuttosto dallo stesso desiderio di Dio di incarnarsi, un desiderio che ha preceduto la creazione, i nostri progenitori e il peccato dell’uomo. E questo desiderio, afferma Scoto, non è altro che lo stesso Amore. Dio desidera ‘co-amanti e questo è desiderare che altri abbiano in loro il suo amore, – e cioè predestinarli, se vuole che essi abbiano un tale bene come fine e per l’eternità’.

L’Incarnazione gioca un ruolo fondamentale nella riflessione di Scoto, non semplicemente in merito alla natura di Gesù Cristo, ma sulle implicazioni che essa ha sulla nostra comune natura umana condivisa. Noi siamo dotati delle stesse capacità naturali che furono in Gesù Cristo: la sua capacità di amare Dio e gli altri con generosità è anche la nostra capacità di amare Dio e gli altri con generosità. La sua capacità di andare incontro allo straniero è la nostra stessa capacità, o piuttosto la nostra vocazione a guardare oltre le nostre comunità di appartenenza per vedere gli altri alla luce del nostro legame con loro. Questo legame, poi, deve essere espresso con azioni concrete: azioni di accoglienza, di cura, di generosità e di solidarietà, allo scopo di sviluppare giuste relazioni, che è il vero significato della giustizia.

La riflessione di Scoto sull’esperienza umana di Gesù Cristo relativamente al suo rapporto con Dio lo porta ad affermare e difendere la teoria del maximum della dignità umana. Non solo Cristo condivide la nostra natura umana in tutto eccetto il peccato, ma noi condividiamo la dignità e la capacità della sua natura umana. Nei nostri atti di conoscenza noi possediamo una capacità naturale alla visione beatifica, per cui non abbiamo bisogno della luce della gloria per vedere Dio in modo diretto. Nella nostra volontà possediamo la capacità di un amore generoso ed orientato verso gli altri, l’amore di amicizia.

Dalla dignità umana alla libertà, all’autocontrollo e alla solidarietà

Quando Scoto riflette sulla dignità dell’amore umano, descrive la libertà della nostra volontà nei termini di due distinte inclinazioni metafisiche: l’inclinazione alla giustizia e quella alla felicità o al possesso. L’inclinazione alla felicità è diretta verso se stessi e cerca il proprio bene. L’inclinazione alla giustizia riconosce il bene intrinseco indipendentemente dalla preoccupazione per se stessi. Questo significa che possediamo un’innata tendenza a ricercare il nostro proprio bene, così come – e questo è importante – possediamo una tendenza razionale ad aver cura del bene degli altri.  Insieme, queste due tendenze costituiscono l’ ‘innata libertà razionale della volontà umana’.

Queste due tendenze non sono due volontà. Si tratta di due orientamenti metafisici che, nella loro interazione, costituiscono la libertà razionale. La loro interazione rivela una fondamentale capacità di controllare i propri desideri, nel riconoscimento di un valore che va oltre se stessi. Qui sta la nostra capacità di riconoscere e amare il Sommo Bene per se stesso. L’inclinazione alla giustizia non è solo in grado di riconoscere il bene intrinseco in alcuni oggetti, ma costituisce anche una sorta di “controllore” dell’inclinazione al possesso, consentendo alla volontà di agire per via di riflessione autocontrollandosi ed essendo padrona di sé. In questo consiste il fulcro dell’usus pauper, un uso povero o contenuto – la vera capacità di cui abbiamo bisogno per agire in modo che i beni della terra, la nostra bella terra, siano partecipati con equità tra tutti i figli di Dio.

Conclusione

Possiamo ricavare diverse implicazioni dalla trattazione di Scoto sulla dignità della natura umana, sulla centralità della libertà razionale e sul suo conseguente rapporto con il realizzarsi nell’uomo in atti di solidarietà e amicizia.

In primo luogo, Scoto mostra come la volontà razionale sia la chiave per una vita in permanente conversione. La riflessiva interazione delle due inclinazioni spiega come la moderazione e l’autocontrollo possano essere sviluppate nel tempo. Questo implica una vita di continua trasformazione in un amore giusto e disinteressato, di un contributo continuo per un mondo di maggiore giustizia e di maggiore pace.

Infine, l’identità francescana prospettata da Scoto rende ragione della sua difesa della libertà razionale della volontà umana e getta le basi per un rinnovato umanesimo cristiano per il terzo millennio. Il suo approccio ottimista collega la dignità umana, propria della natura di Cristo, alla nostra capacità di autodominio e di autocontrollo e alla nostra capacità di crescere e agire secondo amicizia e solidarietà. Comprendere la libertà razionale e lo sviluppo morale nei termini di aspirazioni spirituali della natura umana, ad imitazione di Gesù Cristo, rivela come per Scoto e per la nostra tradizione la più profonda realizzazione dell’uomo si trovi nell’amore di amicizia e in azioni di solidarietà verso gli altri.

A tutti voi, Buona festa!