Lettera del Ministro Generale alle sorelle povere per la solennità di Santa Chiara 2022

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Care Sorelle, il Signore vi dia pace!

La solennità della madre Santa Chiara ritorna in questo anno segnato, oltre che dalla pandemia, anche dalla guerra in Ucraina e da altre forme di conflitto, di tensione sociale e di crisi climatica ed economica in tanti Paesi del mondo, dove voi sorelle povere e noi frati minori siamo presenti e viviamo la nostra vocazione ed elezione.

Anche quest’anno allora siamo provocati a chiederci di nuovo quale sia il centro della nostra vocazione e come esso possa dare luce e speranza a questo tempo difficile. Sono tornato per questo, attraverso una lettura orante, al Testamento di Santa Chiara e voglio cogliere con voi alcuni suoi passaggi che mi sembra ci aiutino a dire una parola importante per cercare un punto di sintesi che ci aiuti a unificare gli elementi diversi della vocazione ed elezione ricevuta. Questo punto mi sembra si possa sintetizzare così: “avere cura”, vivere cioè con vigilanza e attenzione il dono ricevuto, lasciarlo crescere per il bene della Chiesa, pellegrina tra gli uomini.

Nel Testamento Chiara ci dà alcune parole per questo “avere cura”. 

«Tra gli altri benefici, che ricevemmo ed ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali dobbiamo maggiormente rendere allo stesso glorioso Padre, c’è la nostra vocazione». (Test 2) 

Chiara esprime al Padre attraverso Francesco la sua gratitudine per la vocazione, che accoglie con le sue sorelle come un dono che viene dall’alto. Mi chiedo con voi quanto questa consapevolezza del dono ricevuto e da restituire al Padre attraverso una vita di misericordia e di letizia sia viva in noi. Nelle diverse realtà che viviamo, in quelle che hanno il dono di vocazioni e quelle che non le hanno, nelle situazioni più tranquille e in quelle più tese a livello sociale, dove ci raggiungono i contraccolpi di un cambiamento culturale di mentalità sempre più profondo, siamo consapevoli di rispondere a un dono ricevuto, che non ci diamo noi, ma che accogliamo e che siamo chiamati ad accogliere e restituire nella gratitudine e nella gioia? È questa disponibilità ad aprirci la strada perché la nostra vocazione resti viva e feconda oggi. 

«Dopo che l’altissimo Padre celeste, per sua misericordia e grazia, si degnò di illuminare il mio cuore perché, sull’esempio e l’insegnamento del beatissimo padre nostro Francesco, facessi penitenza […] così come il Signore aveva riversato in noi la luce della sua grazia attraverso la sua vita mirabile e il suo insegnamento». (Test 24.26) 

Chiara parla di una “illuminazione del cuore” che ha ricevuto dal Padre e di una “ispirazione” maturata in lei attraverso l’esempio e la parola del padre San Francesco: questi due elementi, essenziali in ogni vocazione, vanno custoditi lungo tutta la vita. Vocazione è dono non una volta per tutte, ma cresce attraverso una cura costante. Per questo abbiamo bisogno continuamente di esporci alla presenza e alla parola del Signore per ricevere questa illuminazione del cuore, alla cui luce possiamo riconoscere la verità della vita a cui siamo chiamati, l’ispirazione che la muove. Avere cura vuol dire custodire la presenza e la voce dello Spirito del Signore in noi, restare attenti alle vie da percorrere per vivere oggi in modo dinamico la nostra vocazione. Impariamo ad aver cura della luce e dell’ispirazione che il Signore non cessa di seminare abbondantemente tra noi. Non riduciamo il carisma e la vocazione a una serie di regole da osservare oppure a un continuo cambio di modalità e di espressioni, perché la cura chiede fedeltà, attenzione, crescita in profondità, nutrimento delle radici.

«In seguito scrisse per noi una forma di vita e soprattutto tutto ciò che perseverassimo sempre nella santa povertà … affinché, dopo la sua morte, non ci allontanassimo in nessun modo da essa, come anche il Figlio di Dio, finché visse nel mondo, non volle mai allontanarsi dalla stessa santa povertà». (Test 33- 34) 

In questo passo del Testamento Chiara raccoglie il cuore della sua vocazione nel «seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre» (RegCh VI,7) e Francesco è stato chiaro nell’indicare questa via ai fratelli e alle sorelle. Nel linguaggio di Francesco e di Chiara questo significa, lo sappiamo bene, seguire il movimento dell’Incarnazione, nella quale il Figlio di Dio si è umiliato e il movimento della Passione, quello dell’amore che si china per lavare i piedi. Questa povertà del Figlio di Dio prende forma nella scelta di una vita che rinuncia alle garanzie di rendite e sicurezze mondane, per restare pellegrine e forestiere anche nello spazio ristretto di un monastero. Un cammino radicale di espropriazione, sui passi di Colui che ha scelto di vivere senza nulla di proprio, rinunciando addirittura al suo essere come Dio, per consegnarsi totalmente e con fiducia all’amore del Padre. Avere cura di questa povertà nel movimento profondo dell’amore, può giungere a scelte molto forti per lasciare garanzie e sicurezze. Mi sembra che ciò significhi ritrovare ancora il lavoro come fonte di sostentamento, condividere la vita di quanti non hanno garanzie e non per loro scelta, rivedere il rapporto con quanto ci dà garanzia, specie il denaro. Questa è l’alternativa evangelica alle tante rassicurazioni che noi spesso cerchiamo. Chiara è stata una donna libera, non ha avuto paura di affidarsi, di rimanere anche senza pane per sperimentare la provvidenza e la cura che il Signore aveva per lei e per le sue sorelle. Riceviamo questa cura e per questo possiamo imparare a prenderci cura, anche della nostra vocazione. Questo vale anche per noi, vostri fratelli e voi ce lo ricordate. 

Chiara affida questa custodia alla Chiesa, a Francesco e ai suoi successori. Ella sa che da sola, le sorelle da sole, non possono custodire un dono così grande. E allo stesso modo noi, i vostri fratelli, non possiamo farcela da soli, perché abbiamo bisogno di un’appartenenza più grande che è quella alla Chiesa, popolo di Dio e anche alla nostra famiglia tutta intera. Penso per questo quanto sia importante per la custodia della vostra vocazione e povertà l’appartenenza all’Ordine, la comunione con le altre sorelle attraverso la fede razione e anche l’Ordine nella sua interezza. 

Nessuno si salva da solo, siamo interconnessi, come la Laudato sii di Papa Francesco ci ha detto chiaramente, e tutto questo prende il nome della custodia e della cura per il dono più prezioso che abbiamo, quello della nostra vocazione ed elezione. Questa cura del dono della vocazione non è solo per noi che viviamo oggi, ma, come dice Chiara, è anche per le sorelle che verranno. La vocazione è un dono che riceviamo non solo per noi nei pochi anni che ci sono dati, né solo per questo o quel monastero. È un dono che ci ha preceduto e che vivrà dopo di noi e non è legato alle mura e neanche a una comunità, ma alla forma di vita. Oggi che non pochi monasteri devono chiudere le loro porte, spesso dopo secoli, abbiamo fiducia! Siamo affidati al Padre delle misericordie che resta fedele. Il dono della vocazione è vivo e anche tutto il bene profuso dalla comunità resterà dopo che essa non ci sarà più e vivrà con e in altre sorelle. Pensiamo ai monasteri che aprono e fioriscono in diversi Paesi del mondo: la nostra vocazione è viva! 

Quanta libertà ci dona questa apertura del cuore, quanto ci insegna a vivere senza nulla di proprio e a restituire al Padre quanto abbiamo ricevuto! 

«E amandovi a vicenda nell’amore di Cristo, dimostra te al di fuori con le opere l’amore che avete nell’intimo, in modo che, provocate da questo esempio, le sorelle cre scano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità». (Test 59-60) 

Chiara indica alle sorelle la via dell’amore e della cura reciproca come la strada sicura per custodire il dono della vocazione ed elezione. Voi vivete, care sorelle, una realtà molto forte e concreta di fraternità. Condividete tutto per una vita intera, imparate a conoscervi e a portare la vita, la ricerca, la quotidianità di ciascuna sorella. Quanto avete da insegnarci in questo! Questo amore fraterno va custodito, perché la sua radice è teologale e non riducibile a una umana simpatia o affinità. Questo amore è fatto di gesti concreti, di cura e di custodia quotidiana e oggi in modo particolare ci chiede anche l’attenzione per il vissuto umano, affettuoso e spirituale di ciascuna sorella. Siamo molto più consapevoli oggi della complessità di ciò che è umano e per questo sappiamo di essere chiamati a prenderci cura di tutta la persona, nella sua integrità. Questo vale nel tempo della formazione iniziale e soprattutto lungo tutto il cammino che ciascuna sorella vive nelle diverse età della vita e che tocca il cammino di ogni monastero. 

Concludo quanto ho desiderato dirvi questo anno con le parole di Chiara che chiudono il Testamento e che sono una preghiera e una esortazione. Nella preghiera affidiamo con Chiara tutto al Padre del Signore Gesù attraverso la Vergine Maria, forma della vita delle Sorelle Povere, con lo sguardo rivolto a Francesco che continua a custodire la nostra vocazione. In questa gratitudine Chiara ci esorta a crescere e a perseverare nel bene, a rimanere cioè aperti e attivi nella risposta alla nostra vocazione. Sappiamo bene che ogni vita e quindi anche la vita nello Spirito e nella vocazione, se non cresce si ferma e muore. La cura che impariamo a vivere gli uni verso gli altri è rivolta proprio a che tutti rispondiamo in modo vitale secondo il desiderio di Dio al bene più prezioso che abbiamo ricevuto, quello della nostra vocazione ed elezione. 

E restare in questo cammino mi sembra il modo più vero per attraversare questo tempo difficile, dove tutto sembra crollare e spegnere il futuro. Chiara invece ci invita a guardare avanti, a non fermarci. Se cresciamo in questa speranza, siamo lievito nel mondo, che di questa speranza ha più che mai bisogno. Con questa preghiera e con la benedizione di Chiara stessa vi lascio e vi auguro di vivere la sua festa in modo luminoso e intenso, nella potente intercessione rivolta al Padre per la Chiesa, per il mondo, per la pace, per la nostra famiglia che tanto ha bisogno di essere confermata e di crescere nel dono della sua vocazione. 

«A questo fine, piego le mie ginocchia davanti al Padre del Signore nostro Gesù Cri sto, affinché, con l’aiuto dei meriti della gloriosa Vergine santa Maria sua Madre, del beatissimo padre nostro Francesco e di tutti i santi, lo stesso Signore, che ci ha dato un buon principio, ci doni di crescere, e ci dia anche la perseveranza finale. Amen» (Test 77-78). 

Vi confermo la mia vicinanza e custodia di fratello con il mio affettuoso saluto e con la benedizione di san Francesco. 

 

Vostro fratello e servo 

Fr. Massimo Fusarelli, ofm

Ministro Generale

Prot. 111424