Chiara nasce ad Assisi nel 1193 (o 1994) nella famiglia degli Offreduccio, una tra le più in vista della cittadina umbra. «Suo padre era cavaliere – riferisce il biografo Tommaso da Celano – e tutta la sua famiglia, da ambedue i lati, era di origini nobili; la casa era grande e le ricchezze, rispetto alle condizioni di quelle terre, erano abbondanti» (LegsC 1).
Le sorelle testimoni al suo Processo di canonizzazione, come pure il Celano, presentano la piccola Chiara animata dall’amore per Dio e per i poveri, un amore che cresce con il crescere della sua età e, secondo le sue possibilità, si fa sempre più concreto: «Stendeva volentieri la sua mano ai poveri e, dall’abbondanza della sua casa, veniva incontro al bisogno di molti. E affinché il suo sacrificio fosse più gradito a Dio, sottraeva di nascosto al proprio corpicino i cibi delicati che mandava, per mezzo di intermediari, per ristorare le viscere dei deboli. Le era piacevole applicarsi alla santa preghiera, dove più spesso, attratta dal soave odore, sempre più aspirava alla vita celeste. Non avendo qualcosa con la quale tenere il conto dei Pater noster, teneva il conto delle sue preghierine al Signore con un mucchietto di pietre» (LegsC 3-4). «Da tutti quelli che la cognoscevano, era tenuta de grande onestà e de molto bona vita; e che era intenta et occupata circa le opere de la pietà» (Proc 1,1).
La prematura morte del padre, l’esilio a Perugia a seguito delle lotte tra i maiores e i minores di Assisi, insieme forse ad alcune difficoltà economiche, sono fattori che probabilmente concorrono a formare in Chiara un carattere deciso e temprato, di cui una prima manifestazione può essere riconosciuta nel rifiuto opposto ai suoi familiari di contrarre matrimonio.
Sentendo parlare di Francesco, già seguace di Gesù Cristo povero, vuole incontrarlo, attratta dal modo di vivere evangelico suo e del piccolo gruppo di giovani uomini che attorno a lui si era già raccolto. I ripetuti colloqui con Francesco la confermano nell’intuizione: quella era la forma che desiderava dare al suo rapporto di fede con il Signore. «Da allora si affida tutta al consiglio di Francesco, scegliendolo come guida dopo Dio per dirigere la sua vita» (LegsC 6).
Lasciata la casa paterna nella notte seguente la Domenica delle Palme del 1211 o 1212, viene accolta da Francesco e dai suoi compagni radunati presso la piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli. Lì Chiara consegna al Signore, per le mani di Francesco, il suo proposito di vita penitenziale. Nel Testamento, Chiara racconta così quel tempo decisivo: «L’altissimo Padre celeste, per sua misericordia e grazia, si degnò di illuminare il mio cuore perché, per l’esempio e l’insegnamento del beatissimo padre nostro Francesco, facessi penitenza» (TestsC 24).
Accompagnata, quindi, al Monastero benedettino di S. Paolo a Bastia, viene raggiunta dai parenti che vorrebbero riportarla a casa, ma la tonsura mostrata da Chiara e il luogo soggetto alla giurisdizione ecclesiastica li convincono a desistere dal loro intento. Poco dopo, comunque, troviamo Chiara altrove, presso la chiesa di S. Angelo di Panzo, alle pendici del Subasio, dove vive un gruppo di donne dedito alla preghiera e alla carità sull’esempio delle nascenti forme religiose legate ai movimenti pauperistici o assimilabili alle beghine delle Fiandre. Raggiunta dalla sorella minore Caterina, sopporta insieme a lei la reiterata, e stavolta violenta, ostilità dei parenti. La resistenza della giovane Caterina fu tale che Francesco cambia il suo nome in Agnese, a ricordo della giovane martire la cui Passio era ben nota e il cui Ufficio liturgico troverà eco negli Scritti di Chiara (soprattutto nelle Lettere).
Ascoltiamo ancora il racconto di Chiara nel Testamento: «Poi Francesco, osservando attentamente che, pur essendo deboli e fragili nel corpo, non ricusavamo nessuna indigenza, povertà, fatica, tribolazione, o ignominia e disprezzo del mondo, anzi, al contrario, li ritenevamo grandi delizie sull’esempio dei santi e dei suoi fratelli, avendoci esaminato frequentemente, molto se ne rallegrò nel Signore. E, mosso ad affetto verso di noi, si obbligò verso di noi, per sé e per la sua Religione, ad avere sempre diligente cura e speciale sollecitudine di noi come dei suoi fratelli. E così, per volontà di Dio e del beatissimo padre nostro Francesco, andammo ad abitare accanto alla chiesa di San Damiano, dove il Signore per sua misericordia e grazia in breve tempo ci moltiplicò, affinché si adempisse quanto il Signore aveva predetto attraverso il suo santo; infatti, prima eravamo state, ma solo per poco, in un altro luogo» (TestsC 27-32).
Quella di San Damiano era una piccola chiesa, la prima delle tre precedentemente restaurate da Francesco, che proprio lì aveva vissuto un ‘incontro’ determinante con il Crocifisso, dal quale si era sentito inviato a riparare la Chiesa, e un’esperienza di profezia, riportata da Chiara nel Testamento: «qui tra poco ci saranno delle signore: nella loro esistenza degna di fama e santità del loro tenore di vita sarà glorificato il Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa» (TestsC 14).
Nel piccolo edificio accanto alla chiesa di S. Damiano, per più di quarant’anni Chiara vive il Vangelo, insieme alle sorelle da lei ricevute come dono, secondo la forma di vita comunicata da Francesco. Pur collocate nell’alveo monastico tradizionale, si presentano in discontinuità rispetto ad esso. Non è facile per loro ottenere il riconoscimento giuridico di una vita in cui si chiede il permesso, anzi il privilegio, di non possedere alcun bene che assicuri delle rendite, modalità abituale in cui i monasteri provvedevano al sostentamento. In un tempo di cambiamenti significativi e per certi aspetti radicali, qual è quello in cui Chiara e le sorelle si trovano a vivere, la storia registra il lungo travaglio da lei sostenuto con fede e determinazione. Continuo fu il dialogo con i papi che si succederanno e che, peraltro, mostrano grande stima di Chiara, Gregorio IX in particolare. Il “Privilegio della povertà”, da lui concesso nel 1228, sancisce la possibilità, per le Dominæ Pauperes di San Damiano, di non avere e non ricevere alcun possesso, vivendo affidate totalmente al provvidente amore del Padre delle misericordie.
L’esistenza quotidiana di Chiara è umile, povera, intessuta di gesti di amore che lei apprende guardando Gesù Cristo, il suo farsi carne vivendo l’esistenza umana fino al dono di sé sulla croce. I racconti delle sorelle aprono degli squarci di vita quotidiana: «fu de tanta umilità che essa lavava li piedi alle sore. Unde, una volta, lavando li piedi a una serviziale se inchinò, volendoli baciare li piedi. (…) Oltre de questo, essa beata Chiara dava l’acqua alle mani de le sore, e la notte le copriva per lo freddo» (Proc 2,3).
La compassione di Chiara è incondizionata. Sa farsi vicina alle sorelle ammalate o in difficoltà soccorrendole come le è possibile, e lo stesso raccomanderà in particolare a chi le succederà nel servizio di madre: «Consoli le afflitte. Sia anche l’ultimo rifugio per le tribolate, così che, se mancassero presso di lei i rimedi di salute, non prevalga nelle inferme il morbo della disperazione» (RegsC IV,12). Ha a cuore le sorti dei concittadini, tanto che, durante un momento di grave pericolo per Assisi la cui libertà era minacciata, invita tutte le sorelle a invocare il dono della pace: «“Da questa città, carissime figlie, abbiamo ricevuto ogni giorno molti beni; sarebbe molto empio se non le prestassimo soccorso come possiamo nel tempo opportuno. (…) Andate al Signore nostro e chiedete con tutto il cuore la liberazione della città”» (LegsC 23).
La “divina ispirazione” che aveva mosso Chiara illumina il cuore anche di altre donne, perfino di luoghi lontani da Assisi, come quello di Agnese di Praga, figlia del re di Boemia. Conosciamo l’amicizia profonda tra loro intessuta per consonanza nello Spirito. Si conservano quattro lettere di Chiara ad Agnese, che manifestano la profondità del suo rapporto con il Signore e l’intensità del suo amore di madre e sorella.
Nel lungo e difficile percorso che ha portato al riconoscimento ecclesiale dell’autenticità della forma di vita Sorelle Povere, come verranno chiamate da Chiara nella Regola, la vicenda della comunità di San Damiano si intreccia con quella dell’Ordine dei frati minori e risente delle traversie da esso affrontate subito dopo la morte di Francesco. “Pianticella” del beato padre Francesco, come ama definirsi, Chiara custodisce, vivendola, l’eredità del carisma da lui ricevuto e, negli anni successivi alla morte di lui, diviene punto di riferimento per molti frati minori, soprattutto della prima ora. Ginepro, Angelo, Rufino e Leone saranno presenti accanto a Chiara negli ultimi giorni della sua esistenza terrena, vissuta per la maggior parte in condizione di infermità. Soltanto due giorni prima della morte, Chiara riceve la bolla con la conferma papale della Regola approvata dal Cardinal protettore, Rainaldo di Jenne, l’anno precedente. È il frutto maturo dell’esperienza evangelica da lei vissuta con le sorelle, prima regola nella storia della Chiesa scritta da una donna per una comunità femminile. Suo nucleo fondante è vivere il Vangelo, in santa unità e altissima povertà, in ascolto obbediente dello Spirito del Signore, in atteggiamento di conversione continua nelle circostanze ordinarie dell’esistenza. L’accoglienza fraterna e materna dell’altra e di ogni ‘altro’ diventa luogo di crescita delle relazioni, e si esprime con intensità particolare nel perdono reciproco e nella cura delle sorelle ammalate.
Chiara muore l’11 agosto 1253, lodando il Padre, datore di ogni bene: «Sii benedetto, Tu che mi hai creata».
Due anni dopo, nel 1255, papa Alessandro IV ne proclamò solennemente la santità.
Di Chiara si conservano alcuni Scritti: le quattro Lettere ad Agnese di Boemia, una lettera a Ermentrude di Bruges (di attribuzione incerta), la Regola, il Testamento, la Benedizione.