Quarant’anni dalla prima marcia francescana: Mons. Cetoloni racconta le origini

Dopo gli anni di difficoltà dovuti alla pandemia di Covid-19, torna quest’anno la marcia francescana, che vedrà gruppi di giovani di diversa provenienza mettersi in cammino a piedi, per raggiungere Assisi nel giorno della solennità del Perdono di Assisi, il 2 agosto. A oltre quarant’anni dalla prima marcia francescana, Mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo emerito della diocesi di Grosseto (Italia) – e frate minore da quasi cinquant’anni – ci racconta la nascita di questa iniziativa, che ha cambiato la vita di migliaia di giovani in tutto il mondo.

Mons. Rodolfo Cetoloni

Come è nata l’idea della marcia francescana?

Siamo nei primi mesi dell’anno 1980, nel convento san Francesco a Fiesole ( Italia), dove si trovava la casa di formazione degli studenti di teologia (professi temporanei) e la casa di pastorale giovanile e vocazionale francescana. In quell’anno era la Toscana a dover offrire l’olio per la lampada che arde presso la Tomba di san Francesco, patrono d’Italia. Così nei conventi e nelle Diocesi si stava cercando di organizzare qualche iniziativa speciale, per non ridurre tutto ai giorni delle celebrazioni di questo evento del 3-4 ottobre. Nella Provincia e nelle diocesi toscane si suggerì l’idea di intraprendere pellegrinaggi di gruppi o di parrocchie ad Assisi. Così nel nostro convento così pieno di giovani, si cercava una modalità più creativa per attuare questa idea. Un giorno, mentre si prendeva il caffè dopo pranzo, Fr. Daniele e Fr. Michele suggerirono di andare ad Assisi a piedi! Toccato nel vivo, raccolsi la provocazione e accettai. I tempi erano molto diversi da adesso. Poca gente parlava del Cammino di Santiago, della via Francigena o di altri itinerari. A piedi andavano un po’ gli scout e qualcuno che al mattino della domenica faceva jogging. Ma ormai l’idea era stata lanciata. Come responsabile della Pastorale vocazionale mi presi la responsabilità di organizzare la cosa.

Com’è stato organizzare la prima marcia francescana?

Lavorai con padre Eugenio Barelli, maestro dei professi, interrogai qualche capo scout per avere idea di che cosa comportasse andare a piedi per più giorni, studiai l’itinerario con padre Martino Bertagna (storico e archivista). Si fece un dépliant (ciclostile di allora con disegnini fatti a mano, matrici di carta cerata) e lo si distribuì in giro. Non pensavano che ci fosse grande partecipazione, pensavamo ad una 20/30ina di persone e per l’alloggio non avrebbe dovuto essere così difficile essere accolti in un gruppo piccolo. Per il cibo ci saremmo organizzati giorno per giorno.

Scegliemmo una data per il mese di luglio, ma già a giugno ci rendemmo conto che avevamo più di centoventi iscritti. La cosa si complicava parecchio, ma il lavorare insieme e il senso di comunità che contraddistingueva la casa di Fiesole ci aiutò. In particolare fu provvidenziale la scelta dei genitori di un giovane che si presero la briga di pensare ai vettovagliamenti. Con qualcuno degli studenti e con padre Eugenio feci un paio di volte il giro dei luoghi dell’itinerario per chiedere di essere alloggiati in parrocchie o altro. Molti sgranavano gli occhi e dicevano: “Ad Assisi a piedi?! Col caldo di luglio? E in quanti?”. Fu quasi impossibile trovare posto ad Assisi: ho sempre detto che il merito di aver permesso questa esperienza lo hanno le suore di Gesù Bambino che ebbero il coraggio di metterci a disposizione le aule della scuola materna. Fu davvero complicato organizzarsi per inesperienza nostra e per la mancanza di iniziative del genere in passato. Ci ponemmo anche il tema dei contenuti e preparammo un libretto con testi di san Francesco. Studiando l’itinerario, individuammo, inoltre, alcuni luoghi ove poter ascoltare qualche testimonianza: un monastero, una parrocchia.

Come sono andati i primi giorni di cammino?

Iniziammo con un ritiro alla Verna, intensissimo per le parole di Padre Vittorio Battaglioli nella Chiesina di S. Maria degli Angeli. Ricordo la meraviglia e la curiosità di tutti per quello che sarebbe successo e per come ci saremmo mossi. Nella notte Fr. Luciano, maestro di arte del ferro e creativo in ogni cosa, fece dei tau  francescani per ognuno (anche questo segno era ancora poco in uso). Ce li consegnò il Guardiano della Verna, Padre Alfonso, insieme ad un bel messaggio da portare al Sindaco di Assisi. E così partimmo! Non eravamo abituati a camminare in gruppo, non c’era un segno che guidasse tutti: c’erano quelli che correvano e quelli che andavano piano. Arrivammo la prima sera ad Anghiari che eravamo disfatti proprio per questo rincorrersi, aspettarsi, far gruppo. La soluzione fu una buona ispirazione: arrivare in paese dicendo il rosario negli ultimi chilometri. Questo ci dette il passo e il clima di essere davvero insieme e di offrire un primo messaggio alla gente. E così ogni giorno, ci organizzammo sempre meglio, vedendo anche i doni diversi che c’erano tra i giovani (alcuni dalla Campania, altri da Tivoli) e la loro inventiva. Qualcuno inventò anche Radio Pellegrina che trasmetteva scherzosamente ogni giorno quel che accadeva. Si intonavano canti di continuo, per sostenersi lungo il cammino, e il sole non si faceva pregare per la forza con cui ci bruciava. Ricordo la ricchezza di alcuni frati nei loro interventi di meditazione nelle soste e gli incontri, preparati e inattesi davanti a qualche bar o con qualche famiglia che ci offriva acqua da bere o una secchiata rinfrescante. Quello che scoprivamo non dipendeva dal programma: era il nostro essere insieme, il camminare nella natura, l’aiuto reciproco, la fatica, la presenza di frati, giovani e una suora (fu la prima e poi sono cresciute di numero e di collaborazione), l’essenzialità, la capacità di vincere se stessi quando quasi veniva da fermarsi. La fatica scioglieva molti nodi, rendeva indifesi e veniva davvero sempre più voglia di continuare quello che andavamo scoprendo giorno per giorno.

Quali furono i frutti di questa prima marcia francescana?

Il frutto più inatteso e ancora commovente fu davanti alla Porziuncola: arrivammo da una strada laterale e il Custode ci accolse con alcune parole mentre eravamo seduti a semicerchio davanti al luogo degli inizi di Francesco. Fu un momento di un’intensità che non ho mai provato mai prima: davvero sembrò di essere un cuor solo e un’anima sola. Anche se non avevo conosciuto tutti o parlato con tutti ricordo netto il senso di essere unito a tutti, come un dono di fraternità e unità. E le lacrime furono l’espressione gioiosa di tutti.

A ottobre poi anch’io andai ad Assisi per l’evento dell’Olio della Lampada con tanti altri, ma ormai quell’esperienza ci aveva segnati. Fra l’altro le Suore Stimmatine avevano preparato il loro Capitolo facendo un itinerario simile al nostro (ci avevano chiesto indicazioni e consigli ed eravamo andati al loro arrivo alla Porziuncola).

Come è stata replicata la prima iniziativa della marcia francescana?

Nel mese di novembre a Loreto nell’incontro degli animatori vocazionali delle Province OFM d’Italia, raccontai della Marcia e lessi alcune lettere dei partecipanti. Qualcuno propose di replicarla l’anno seguente a livello nazionale e a quell’epoca non c’erano  ancora iniziative comuni a livello nazionale. L’idea passò e l’anno seguente eravamo quattro o sei province: in tutto circa 600 partecipanti. Tutto fu meglio organizzato. Ogni Provincia aveva un suo itinerario nella propria regione e poi arrivava ad Assisi al termine della Festa del Perdono. Si sceglieva e condivideva la preparazione del tema comune. La marcia francescana si estese poi a tutte le Province, anche fuori d’Italia (Egitto, Bolivia, Croazia, Terra Santa, Libano, Siria e Giordania), diventando un’occasione ed esperienza, davvero vissuta appieno, di temi e contenuti francescani.

E’ arrivata poi la ricerca di altri momenti di raduno a livello nazionale come “Marta e Maria alla Verna” (l’eremo e la preghiera francescana), la proposta di “Emmanuele” a Greccio (l’Incarnazione).

Quali sono stati gli effetti della marcia sui partecipanti e nella Chiesa stessa?

Tutto questo ha fatto crescere molto il rapporto tra i frati delle Province francescane: ricordo padre Arcangelo Zucchi, lombardo, che fu determinante nello sviluppo del lavoro tra noi in quegli anni, o padre Walter Viviani, piemontese, con le tracce di spiritualità che preparava. E’ cresciuto anche il rapporto con la Chiesa (al termine della 10.ma Marcia fummo ricevuti a Castel Gandolfo da  Giovanni Paolo II, con il Ministro generale ed alcuni Provinciali) e il rapporto con tutta la famiglia francescana (maschile e femminile, laici e religiosi). La marcia è stata importante anche per le scelte vocazionali dei ragazzi, amplissime, in una visione di Chiesa in cui le vocazioni si aiutano reciprocamente (dai monasteri, al matrimonio, al lavoro, alle missioni, alla professione). Importante anche l’approfondimento di temi di spiritualità sia nella preparazione che nello svolgimento, fatte da marciatori (frati o laici) e quindi anche un linguaggio diretto immediato, comprensibile. Fin dall’inizio in cui le preoccupazioni “vocazionali” assillavano tutti, si volle che la Marcia fosse un’offerta di incontro, per tutti, convinti che, nella verità di quello che si è, il Signore passa e fa da specchio a ciascuno. Questo vale sia per chi è già in una scelta fatta, sia per chi è in ricerca, sia per chi non cerca nulla, ma in quel clima intenso incontra ed è coinvolto e forse inizia un cammino.

Ad oggi credo che siano passate più di 70.000 presenze dalle marce francescane. Dalla terza Marcia in poi abbiamo superato il migliaio e toccato punte vicine ai 2.000 marciatori/trici.